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L’inizio della crisi e il declino della canapa in Italia

È il 1931 quando sul trattato “Le piccole industrie agrarie” compare un articolo sulla canapa scritto dal professor Alessandro De Mori. Il brano però...

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L’inizio della crisi e il declino della canapa in Italia

È il 1931 quando sul trattato “Le piccole industrie agrarie” compare un articolo sulla canapa scritto dal professor Alessandro De Mori. Il brano però è breve rispetto agli altri pezzi dedicati ai vari prodotti agricoli italiani. Poche pagine al pari di quelle dedicate alla ginestra o alle piume d’oca o d’anatra. Se pensiamo che è un testo in lingua italiana, di ben 743 pagine con 803 illustrazioni, lo spazio a lei riservato è davvero poco. L’opera è suddivisa in 10 sezioni, tra cui: I. Produzione e lavorazione del piumaggio; II. Produzione e lavorazione delle pelli di coniglio per pellicce e per feltro; III. L’arte tessile casalinga.

Perché così poche pagine sulla canapa in un periodo storico in cui era fonte di reddito per numerose famiglie?

Già all’epoca l’autore parla di diminuzione della produzione di canapa. Seppur sono ancora 90.000 gli ettari di terreno coltivati che producono tra gli 850.000 e 1.000.000 di quintali di fibra, per un valore di 700 milioni di lire, 500 dei quali sono rappresentati dalle esportazioni, offre impiego a 225.000 operai agricoli e a 20.000 operai industriali.

De Mori non trascura di segnalare la debolezza della pianta: se nel 1925 il valore della produzione è stato equivalente a un miliardo di lire, solo tre anni più tardi, nel 1928, quel valore è sceso a 470 milioni. Una coltura con queste cifre non può protrarsi nel tempo. Sembra voler affermare il professore.

La crisi è iniziata e i principali fautori sono i più economici concorrenti: come il cotone e la juta. 

Nel periodo 1909-1913 la produzione annua mondiale di cotone era di oltre 47 milioni di quintali, quella di juta di oltre 15 milioni e quella di canapa di 5.496.000, nel 1927 le cifre correlative sono state di 50.085.000, di 18.520.000 e 7.358.000 quintali.

“Il difetto – sostiene De Mori nell’articolo – non deriva da nessuna inferiorità tecnologica”.

La canapa, infatti, macerata mediante una tecnologia appropriata può offrire filati finissimi, capaci di fare concorrenza al cotone, mentre evitando la macerazione, mediante la stigliatura dello stelo verde, può fornire una fibra da sacchi, capace di competere con la juta. D’altronde, anche le casalinghe che lavoravano al telaio, preferivano tessere filati di cotone. Poco dopo passeranno alla canapa in quanto imposto dal Governo mussoliniano con l’istituzione del Consorzio obbligatorio. I telai di cui si servivano le filatrici erano costruiti di legno, ed erano macchine nate per intrecciare fili in due direzioni perpendicolari: l’ordito e la trama. L’ordito è l’insieme dei fili tesi sul telaio, il cui numero non può essere variato durante la lavorazione e, perciò determina la larghezza del tessuto prodotto.

La trama, invece, è l’insieme dei fili che vengono intrecciati all’ordito in direzione perpendicolare. L’intreccio tra ordito e trama avviene grazie ad alcuni elementi che sono i costituenti fondamentali di tutti i telai. Tra questi c’è il liccio, che permette di selezionare e sollevare simultaneamente tutta una serie di fili – per esempio quelli pari – e d’introdurre facilmente la trama fra questi e i fili non sollevati. L’operazione d’inserimento della trama avviene per mezzo della navetta, che contiene la bobina di filato e che viene fatta passare avanti e indietro tra i fili dell’ordito.

Ma a quando risalgono i primi telai?

Hanno origini antichissime, i primi telai, infatti, apparvero nel Neolitico, erano costruzioni molto semplici, poco più di una intelaiatura rettangolare costruita con rami o pali di legno messa in posizione verticale. La tensione dei fili di ordito era ottenuta tramite pesi, in argilla o pietra, che si trovano numerosissimi negli scavi archeologici. L’immagine di questo tipo di telaio è rappresentata sui vasi Greci, spesso abbinata all’immagine di Penelope, moglie di Ulisse, madre di Telemaco.

Un tempo venivano usati anche i telai orizzontali, a terra, dove la tensione dei fili d’ordito veniva ottenuta con il tiraggio tra il subbio anteriore e quello posteriore. Questo tipo di telaio continuò ad essere impiegato per millenni.

Verso il XVI sec. a. C. comparve in Egitto un telaio verticale con due rulli sorretti da un quadro rettangolare in legno.

Al II sec. a.C. risale il telaio orizzontale con due rulli con funzione di subbi: su quello posteriore erano avvolti i fili d’ordito, su quello anteriore il tessuto fabbricato.

Gli Egizi, come testimoniato dal papiro decrittato da Gaston Maspero e conservato al Louvre, avevano una organizzazione minuziosa di tutte le fasi di lavorazione, all’interno di laboratori specializzati e un utilizzo dei tessili anche per altri ambiti, come supporti per ritratti e fasce di lino impiegate per le mummificazioni.

I Greci lasciarono importanti testimonianze di questa attività con fonti scritte, quali i poemi epici come l’Iliade e l’Odissea, fonti iconografiche come i vasi a figure rosse e vari tipi di oggetti, che mostrano nobil donne e dee impegnate a filare.

La regina Elena confeziona nel palazzo di Priamo una tela con scene di combattimento fra Greci e Troiani, funesta anticipazione degli eventi successivi; mentre Andromaca, moglie di Ettore: “Tesseva una tela grande doppia del colore della porpora e vi ricamava sopra fiori variopinti”. Numerosi sono, inoltre, i doni di tessuti: come il peplo offerto dalla regina Elena a Telemaco per la sua sposa o il mantello (laena) in porpora fenicia con fili d’oro donato da Didone a Enea. Famosa è, oltre a ciò, la tela che Penelope tesseva “finché il giorno splendea” e disfaceva di notte aspettando il ritorno del marito.

Omero sembra collegare, in aggiunta, la tessitura al canto riferendosi alla maga Circe che: “Cantava con bella voce all’interno mentre lavorava al telaio una tela grande e divina” e alla ninfa Calipso che: “Con bella voce cantando muovendosi davanti al telaio tesseva con l’aurea spola”.

Molte altri reperti ancora raccontano che anche gli Etruschi, i Romani, i Pompeiani, i Bizantini hanno praticato assiduamente l’attività tessile.

Nel Medioevo il telaio verticale continua ad essere utilizzato per il confezionamento degli arazzi, e nel 1250 fu dotato per la prima volta di pedale.

La costruzione dei telai diviene sempre più accurata, fino a permettere nel Rinascimento la produzione di manufatti complessi e raffinati. La tessitura diviene un’arte, grazie anche all’arrivo della seta dalla Cina, fiorisce la produzione di tessuti pregiati come: raso, broccato, damasco, velluto.

Fino all’introduzione del liccio, la tessitura avveniva sollevando con le dita o con apposite bacchette i fili verticali, per permettere l’introduzione di quelli orizzontali. Varie innovazioni fecero progredire i telai semplificando il lavoro dei tessitori, ma l’invenzione che segnò il passaggio definitivo verso l’impiego di telai meccanici fu, nel 1733, quella della navetta volante, da parte dell’inglese John Kay. Il dispositivo permette alla navetta di attraversare l’ordito senza essere manovrata manualmente. Nella seconda metà del Settecento nella nuova produzione industriale, il cotone è la fibra più diffusa. I ritrovamenti più antichi di cotone vengono datati al 5800 a.C. Il cotone, è stato introdotto in Sicilia dai Saraceni nel IX sec.

Nel 1787 per la prima volta viene applicato il motore a vapore per muovere un telaio: nasce il telaio meccanico. Nel 1790 Joseph-Marie Jacquard, francese, inventa il telaio che porta il suo stesso nome, in cui una scheda perforata comanda il movimento dei licci permettendo l’esecuzione di disegni molto complessi con il lavoro di un solo tessitore.

I primi telai per la tessitura meccanica del cotone vennero installati in Inghilterra nel 1806. Dai 23.000 impiegati nel settore del 1834, si passa ai 331.000 del 1851.

I telai odierni sono tutti a controllo numerico.

 

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