L’urlo lontano di Chico Mendes

Dalla foresta senza padroni di Chico Mendes a quella “da monetizzare” di Bolsonaro: il Brasile e l’Amazzonia sono cambiati (e possono cambiare il destino del mondo)


“All’inizio pensai che stavo combattendo per salvare gli alberi della gomma, poi ho pensato che stavo combattendo per salvare la foresta pluviale dell’Amazzonia. Ora capisco che sto lottando per l’umanità” (Chico Mendes, 1944 – 1988)

Nel 1993, alla prima legislatura da deputato eletto con il Partito Democratico Cristiano, l’attuale presidente brasiliano Jair Bolsonaro tenne un discorso di fronte ai suoi colleghi nel quale affermava esplicitamente di essere favorevole a una dittatura e che la democrazia non avrebbe mai potuto risolvere i seri problemi del suo Paese.

Il ventennio di regime militare era terminato da appena 8 anni e aveva contato più di 400 desaparecidos e oltre 20.000 oppositori torturati. Nessuno avrebbe mai immaginato che quell’ex capitano dell’esercito, apertamente antidemocratico, sarebbe stato eletto un giorno alla guida del Brasile, mettendo seriamente a rischio non solo la libertà e i diritti dei suoi cittadini ma anche il destino della foresta più grande del mondo, quella pluviale dell’Amazzonia.

Nell’ultimo anno, secondo i dati riportati il 24 agosto da Martina Borghi di Greenpeace Italia in un’intervista a La Repubblica, “il numero di incendi [in Amazzonia] è aumentato del 145% […] Non è un problema solo brasiliano, ma internazionale. L’aumento degli incendi aumenta anche l’emissione di gas a effetto serra. La deforestazione favorisce l’aumento delle temperature globali e il rischio di eventi meteorologici estremi. Non solo in America, ma anche in Europa”.

Che il clima-scettico Bolsonaro considerasse la protezione della foresta pluviale dell’Amazzonia una palla al piede per lo sviluppo della nazione era stato evidente fin dall’inizio della sua carriera politica, mantenendo sempre una posizione poco lungimirante che – per intenderci – ricorda tragicamente il comizio farsesco nel quale il Gallo Cedrone di Verdone propone di asfaltare quel fiume Tevere che “nun ce serve”.

Pochi conoscitori dei fatti brasiliani si sono meravigliati quando, dopo anni di attacchi alle popolazioni indigene (che “non parlano la nostra lingua, non hanno denaro né cultura. Sono popoli nativi. Come hanno fatto a ottenere il 13% del territorio nazionale?”), Bolsonaro e il suo governo hanno prima negato gli incendi in corso nella foresta, poi accusato le ONG e gli ambientalisti di appiccare fuochi in Amazzonia per metterlo sotto accusa e, infine, proposto attraverso il Ministro dell’Ambiente Ricardo Salles di salvare la foresta “monetizzandola” attraverso un suo non ufficialmente precisato sviluppo economico e commerciale che, secondo alcune rivelazioni della webzine Intercept del giornalista americano Glenn Greenwald (la stessa che nel giugno 2019 ha pubblicato chat, documenti e audio che hanno fatto urlare al complotto giudiziario contro l’ex presidente Lula e il suo partito), passerebbe attraverso la costruzione di una centrale idroelettrica, l’estensione della rete autostradale, la costruzione di un grande ponte sul Rio delle Amazzoni e incentivi per grandi lavori pubblici che attraggano popolazioni non indigene affinché si stabiliscano in Amazzonia.

Bolsonaro, del resto, aveva dichiarato già nel 2015 che “non c’è territorio indigeno in cui non siano presenti minerali. In queste terre – e specialmente in Amazzonia, che è l’area più ricca al mondo – si trovano oro, stagno e magnesio. Non mi farò coinvolgere da questa pagliacciata di difendere la terra per gli indigeni” e oggi ripropone un’idea di sfruttamento del più grande polmone verde al mondo che richiama quella del vecchio regime militare, quella contro la quale si batté dagli anni settanta l’eroe romantico Chico Mendes, sindacalista dei seringueiros – gli estrattori di caucciù.

Chico Mendes rivendicava una riforma agraria che disegnasse un’Amazzonia senza padroni, un luogo nel quale fossero garantiti i diritti e l’integrità della foresta e dei suoi abitanti.

Il suo assassinio, avvenuto il 22 dicembre del 1988 per mano dei latifondisti, attirò grande attenzione sulla questione della deforestazione dell’Amazzonia. Paul McCartney gli dedicò la sua “How many people”, in Italia i Nomadi cantarono “Ricordati di Chico” nell’ultimo album inciso da Augusto Daolio, i Sepultura incisero un pezzo intitolato “Ambush” che urlava così: screaming/for more justice/Amazonia burns/can you hear them?

Chico Mendes, tra l’altro, aveva partecipato con il futuro presidente Lula alla fondazione del Partido dos Trabalhadores, formazione politica che ha fatto della difesa della foresta pluviale e delle popolazioni indigene un suo cavallo di battaglia.

“Nessun Paese ha più interesse del Brasile che l’andamento del processo di riscaldamento globale venga invertito. Ecco perché il Brasile è in prima linea negli sforzi per trovare soluzioni che preservino il nostro futuro comune”, scriveva Lula sul Guardian nel 2009 riferendosi alle strategie del suo governo per la conservazione della foresta pluviale.

In effetti i presidenti Lula (prima) e Rousseff (poi), una volta al potere, avevano provato a raggiungere un difficile equilibrio, almeno formale, tra la protezione del patrimonio naturale e delle popolazioni indigene dell’Amazzonia e la necessità di uno sviluppo infrastrutturale e agroindustriale, senza tuttavia riuscire a rallentare in modo significativo il processo di deforestazione.

“Un po’ annacquato il Presidente Lula”, per dirla con gli Offlaga Disco Pax. Nell’anno 2019, invece, pare che l’eco dell’urlo di Chico Mendes si sia spento. O forse attende in silenzio che venga raggiunto il punto di non ritorno, una chiamata in battaglia per il destino della foresta e – in definitiva – dell’uomo su questo pianeta.

PLAYLIST

1 – Paul McCartney – How many people

2 – Nomadi – Ricordati di Chico

3 – Sepultura – Ambush

4 – Offlaga Disco Pax – Dove ho messo la golf?

BONUS TRACKS

Gang – Chico Mendes

Mario Lavezzi – Per la gloria

Mau Mau – Tëra dël 2000

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