A piedi in Italia per riscoprire la magia di vivere slow

Protetto come un gioiello dalle montagne che dominano il fiume Trebbia sul fondo dell’omonima valle, Bobbio è sicuramente uno dei borghi più belli d’Italia, sia per il suo patrimonio storico e culturale, sia per il suo famoso Ponte Gobbo. 

Siamo nell’appennino piacentino e qui, nel 614, l’irlandese San Colombano ricevette in dono dal re dei longobardi, una piccola chiesa diroccata e le terre che la circondavano. In breve tempo quella cappella malridotta si trasformò in un’abbazia che divenne importante e potente, sia spiritualmente sia politicamente. Gli abati di San Colombano controllavano buona parte del territorio circostante e per spostarsi a nord verso Pavia, capitale del regno longobardo, e a sud verso Roma per recarsi in visita dal Papa, tracciarono un percorso che attraversava per intero la dorsale appenninica e che fu chiamato appunto Via degli Abati.

Quest’antico itinerario è stato riscoperto alla fine degli anni ’90 e dal 2012 è tornato percorribile grazie a un’ottima segnaletica. Il numero dei pellegrini in transito è cresciuto nel corso degli anni; molti giungono dall’Irlanda e dall’Inghilterra per visitare la tomba del Santo, ma il cammino è frequentato anche da molti italiani. 

Non è un percorso da affrontare con superficialità, l’Appennino è una catena montuosa affascinante ma mette a dura prova il viandante; i dislivelli sono spesso importanti, ogni tappa è un continuo saliscendi su sentieri a volte agevoli, altre volte infidi, soprattutto quando le condizioni metereologiche sono avverse. D’inverno è impraticabile e il periodo migliore per affrontarlo è quello che va dalla tarda primavera alla fine dell’estate.

Lungo i suoi 193 chilometri s’incontrano borghi affascinanti e piccoli paesi semi abbandonati, si attraversano boschi e crinali e si è spesso a contatto con una natura incontaminata in cui il silenzio è rotto soltanto dal rumore del vento e dai richiami degli animali.

Generalmente i pellegrini partono da Pavia, punto tappa della Via Francigena, ma l’itinerario può essere percorso in entrambi i sensi di marcia. Nei primi chilometri i Francigeni e gli Abati camminano insieme come vecchi amici, poi si salutano e proseguono in direzioni diverse. La green way che costeggia il Ticino è piacevole ma porta a uno dei punti più difficili dell’intero tracciato: il Ponte della Becca. Risalente ai primi del 900, traballa a ogni passaggio di un’automobile e lo spazio per i pedoni ovviamente non è previsto. Attraversarlo è un’esperienza che si eviterebbe volentieri, ma è l’unico ponte nel raggio di chilometri. Passato il fiume, la strada prosegue piatta fino alla salita che, ripida, porta al paese di Colombarone, adagiato sul crinale. La notte si passa qui e il giorno dopo ci s’incammina fra i vigneti che compongono lo splendido paesaggio dei colli piacentini. Siamo nella terra del Pinot Nero e i filari delle viti si rincorrono lungo tutte le colline, carichi di piccoli grappoli che iniziano a farsi grandi in previsione della vendemmia. Le salite sono ancora lievi, ma all’orizzonte già si stagliano le cime che si dovranno affrontare i giorni successivi.

Pometo, seconda tappa del Cammino, è un paese fantasma: molte case sono chiuse o cadenti e si respira un clima di abbandono. 

La discesa mattutina verso Caminata, piccolo borgo incantato, è rapida e taglia dritta per i campi. I vigneti rimangono alle spalle mentre i primi boschi accolgono il viandante regalando un po’ d’ombra. Piccoli pascoli si aprono nelle parti più alte del sentiero che danza costantemente sul confine fra Lombardia ed Emilia e si cammina sotto lo sguardo bonario delle mucche al pascolo fino ad arrivare a Grazi, un delizioso paesino dove si dorme nel silenzio più assoluto e si ha un’ottima vista sul tramonto.

L’inevitabile salita mattutina mette a dura i muscoli ancora freddi ma il Giardino alpino di Pietra Corva di Romagnese è un ecosistema protetto il cui fascino lava via ogni pensiero legato al fisico; qui vivono serenamente il loro ciclo naturale molti animali fra cui la minuscola Arvicola, una specie di criceto selvatico spesso preda dei carnivori del bosco. La faggeta che segue è carica d’ombra e di tutti i profumi del sottobosco; strani alberi i faggi, asociali per natura fanno gruppo fra loro e non lasciano entrare altre specie arboree nel luogo dove mettono radici. 

Passato il Pan Perduto, una strana formazione rocciosa da cui si gode una vista a 360°, inizia la lunga discesa verso Bobbio. Il borgo è semplicemente meraviglioso: stradine, piazzette, portici e tantissima storia, l’abbazia è maestosa nella sua semplicità e camminare lungo i 273 metri del Ponte Gobbo è un’esperienza da fare assolutamente. Molte sono leggende riguardanti la costruzione della sua ardita struttura e hanno tutte a che fare con il diavolo.

La tappa successiva è una lunga, ininterrotta salita e conviene affrontarla la mattina presto. Se ne possono smorzare i toni passando per la variante che passa per il piccolo Santuario di Sant’Agostino e arriva alla Sella dei Generali con due chilometri in meno. Gli alberi spariscono, il terreno si fa brullo e il vento lo frusta con veemenza; siamo a 1218 m. e la vista sull’appennino tutt’intorno è notevole. Per arrivare a Nicelli è tutta discesa e l’agriturismo Le Sermase è il posto ideale per cenare e dormire. 

Il rituale del saliscendi va rispettato ogni giorno, così si scende dritti fino al fondovalle, si guada il Nure e si guadagna il paese di Gropallo con una salita spacca-gambe. È una tappa breve, utile poiché l’indomani il chilometraggio è ben più alto. Quella da Gropallo a Bardi è però una tappa ricca di bellezza, a partire dal paesaggio in cui si cammina, dalla piccola torre sperduta in una campagna piena di grano e ovviamente dal fantastico castello Landi, imponente maschio longobardo arroccato su uno sperone di roccia che accoglie il camminatore a fine tappa e che merita una visita, come l’intero borgo.

Via via le tappe si fanno più dure e l’ambiente più selvaggio. Per arrivare a Osacca, paesino semidiroccato dove non c’è nemmeno un bar, si devono attraversare boschi lugubri e sentieri infidi ma l’accoglienza è di quelle da ricordare. Qui la notte di Natale del ’43 ci fu una delle prime rivolte partigiane della resistenza e c’è una bella stele a ricordarlo.

Nella penultima tappa la strada continua a salire attraversando il bosco della Ramata, dove è facile imbattersi in lepri e caprioli, ma la perla è sicuramente la Maestà di Caffaraccia, una piccola cappella dedicata alla Madonna dove, in tempi lontani, i viandanti sorpresi dal temporale o dal calar delle tenebre potevano rifugiarsi. 

L’ultima tappa, da Borgotaro a Pontremoli, è la più lunga e difficile. I 35 chilometri non fanno sconti a nessuno così come la salita al Passo del Borgallo e la successiva cresta rocciosa che porta al monumento alla resistenza. Da qui è quasi tutta discesa, giù fino a Pontremoli, crocevia di cammini, un luogo di arrivi e ripartenze, perché fermarsi non è quasi mai la scelta giusta, almeno per un viandante.

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