L’auto-coltivazione per curarsi con la cannabis: prende piede la disobbedienza civile

Durante la terza giornata di Canapa Mundi, domenica 23 febbraio, abbiamo assistito a un interessante momento di incontro tra alcune realtà associative che si occupano quotidianamente di cannabis terapeutica. L’appuntamento, organizzato da Cannabis Cura Sicilia Social Club e CannabiService, è stato utile alle associazioni presenti per capire come poter far fronte, insieme, all’inefficacia di una legge italiana che troppo spesso non viene applicata.

Nel nostro Paese ci sono circa 30mila pazienti che hanno optato per una terapia a base di cannabinoidi; pazienti che hanno deciso di mettere da parte la farmacologia tradizionale sintetica e tutti gli effetti collaterali che ne derivano. Scelta del tutto legittima visto che l’uso della cannabis medica – è sempre bene ricordarlo – è legale dal 2007. Il punto, però, è che per molti pazienti non è assolutamente semplice reperire cannabis terapeutica. In alcune regioni il farmaco è a carico del sistema sanitario regionale, come ad esempio in Puglia. Ma in tante altre no. Molti medici, oltretutto, non sono nemmeno a conoscenza della possibilità di prescriverla per legge (assurdo!). E in tutto questo marasma, accade troppo spesso che le farmacie non sono in grado di soddisfare la domanda dei pazienti, lasciandoli quindi in emergenza farmaco.

Cosa fare dunque? L’idea che sta prendendo piede tra le associazioni è quella della disobbedienza civile, partendo dall’esperienza di Alessandro Raudino, presidente del Cannabis Cura Sicilia Social Club. Nella riunione di domenica Alessandro, malato di sclerosi multipla da più di dieci anni, ha ricordato la sua battaglia che sta portando avanti ufficialmente da novembre scorso: l’auto-produzione di cannabis trasgredendo pubblicamente l’articolo del D.P.R.309/90 che vieta, appunto, la coltivazione. E lo sta facendo semplicemente applicando gli articoli della Costituzione che prevedono la tutela dei diritti inviolabili alla salute e l’accesso alle cure. “In Sicilia abbiamo messo in atto una disobbedienza e continueremo a portarla avanti”, sottolinea Alessandro con determinazione.

Chi vuole aderire alla campagna in pratica firma un modulo di consenso e non rischierà nulla dal punto di vista penale, visto che sarà Alessandro con la sua associazione a coltivare fisicamente la pianta (per info cannabiscurasicilia@gmail.com) “Nel momento della raccolta – ci spiega – ci sarà poi la distribuzione gratuita tra i pazienti, organizzata attraverso un evento”.

Può aderire chiunque, anche chi non ha patologie (in questo caso lo farà per donare una pianta a un paziente). Si tratta quindi di un sussidio molto importante per i tanti pazienti che non riescono a ottenere la cura. Un’idea pensata dopo aver atteso inutilmente una risposta da parte delle istituzioni.

L’iniziativa è stata fortemente supportata da Cannabiservice, il neonato network italiano che ha organizzato l’incontro al Canapa Mundi e che si pone come obiettivo quello di aiutare i tanti pazienti a trovare risposte importanti sul tema terapeutico.

“Ciò che tutti noi vorremmo è una disobbedienza civile di massa – ci spiega la responsabile del Cannabiservice, Marta Lispi – ma questa non può essere forzata. La disobbedienza deve essere spontanea, per meritarsi tale nome e avere successo. Sono 13 anni che la scelta di una terapia a base di cannabis è una scelta ipotetica per i cittadini italiani, ma non realizzabile senza umiliazioni e ostacoli. La disobbedienza diventa quindi una necessità terapeutica e con questa iniziativa – aggiunge – vorremmo espandere il concetto di cannabis come terapia. Stiamo cercando come network di portare la cannabis al cittadino per renderlo partecipe delle attività del sistema sanitario nazionale. Cosa che peraltro dovrebbe essere prerogativa dello Stato, anziché dell’attivista”.

Le associazioni aderenti all’iniziativa

Ora l’auspicio degli organizzatori è un maggiore impegno da parte delle altre associazioni. Secondo Florinda Vitale (socia fondatrice del Cannabis Cura Sicilia) “tante altre realtà potrebbero iniziare già da oggi a coltivare, dando da subito un nuovo supporto ai tanti pazienti che ne hanno bisogno. Ogni associazione dovrebbe soddisfare i bisogni della propria Regione di appartenenza”.

È partito insomma un processo, un percorso di buon senso che speriamo possa arrivare al presto sui banchi dei consigli regionali (visto che spetta soprattutto a loro deliberare in materia sanitaria). D’altronde, quanto bisogna attendere ancora prima di vedere compiuto un gesto di civiltà? Non dimentichiamoci che stiamo parlando di un diritto alla salute e uno Stato come il nostro non può rimanere inerme a guardare.

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