Ora legale. Non perdiamo altro tempo

Editoriale dell’edizione cartacea di luglio

È arrivato il momento per il nostro Paese di aprire un serio dibattito politico sulla legalizzazione della cannabis, profondo e consapevole, che coinvolga tutte le parti. Va fatta pressione su ogni singolo parlamentare, perché in effetti il momento sembra opportuno. E lo è davvero se si considerano (almeno) tre fattori.

Il primo è di natura politica, una piccola schiera di parlamentari si sta muovendo. La campagna #Iocoltivo lanciata da Meglio Legale sulla depenalizzazione della autocoltivazione, alla quale abbiamo voluto aderire convintamente fin dall’inizio come Magazine, ha avuto un buon seguito politico a giudicare dai molti parlamentari che hanno aderito, alcuni dei quali anche presenti fisicamente alla manifestazione del 25 giugno in Piazza Montecitorio. Parallelamente abbiamo assistito a una lettera in cui ben 100, tra deputati e senatori, chiedevano al Premier Conte di includere il tema della legalizzazione sul tavolo degli Stati Generali, organizzati per ragionare sulla ripartenza post-Covid. E in questo senso va sottolineato come il numero dei parlamentari, cento, non sia così irrilevante, a testimonianza del fatto che forse qualcosa si sta muovendo nei palazzi della politica.

La seconda motivazione, meno tangibile rispetto alla stretta attualità, è legata a nostro avviso a un indebolimento delle ragioni del proibizionismo. Giorno dopo giorno sembra di assistere a un costante deperimento delle motivazioni di chi è contrario alla liberalizzazione. Forse perché quelle spiegazioni di chiusura sono pressoché inesistenti: ci sono troppi motivi per procedere, troppo pochi per rimanere fermi. Da una parte la ragione, il buon senso, la lotta alle mafie, la sostenibilità ambientale, maggiori entrate nelle casse dello Stato, l’aumento dell’occupazione, la difesa di diritti civili, carceri meno affollate e, soprattutto, il sacrosanto diritto di potersi curare. Dall’altra il pregiudizio. Punto. Non c’è molto altro all’interno del fronte conservatore che rema contro.

Siamo quasi ai livelli di William Bennett, super proibizionista americano dell’era Reagan, il quale giudicava le droghe immorali, sostenendo che bastasse solo quel motivo per renderle proibite, tutte, senza dover individuare cause razionali. La sua unica ragione? Rappresentano qualcosa di immorale. Ma davvero è così immorale il tentativo di dare un colpo alla criminalità organizzata, rendendo allo stesso tempo un prodotto più salubre (in quanto controllato)? Davvero non contano le tante pubblicazioni scientifiche che vedono la cannabis capace di curare così tante patologie? Con quale faccia il proibizionista doc intende rivolgersi ai tanti pazienti che hanno ritrovato la loro dignità grazie alla cannabis e che rischiano il carcere se tentano di coltivarsela in casa propria? Per non parlare del fatto che in tutti quegli Stati (immorali), dove c’è stata la lungimiranza di fare un passo in avanti, il consumo di cannabis non è affatto cresciuto, come invece vuole far credere qualche generatore di fake news di matrice populista. Anzi, la cannabis, in quei Paesi, è stata tolta dalle mani delle mafie ed è diventata controllata anche dal punto di vista igenico-sanitario.

Tutte queste ragioni stanno emergendo pian piano e ai vari Giovanardi e Gasparri non resta altro che gridare, visto che le loro tesi di chiusura, con ben poca logica, stanno perdendo consistenza (semmai ne avessero avuta una in passato). E questa loro assurdità, ovvero imporre un obbligo alle persone senza offrire alcuna spiegazione concreta, sta venendo ormai alla luce. Ricordiamoci, in questo senso, che il potere di uno Stato nel proibire si indebolisce quando le sue ragioni non sono razionali e concrete. Di questo ne riparleremo quando il vento della ragione soffierà inevitabilmente sui sondaggi, come avvenuto negli ultimi anni negli States, quando si è passati dal 33% al 66% di cittadini favorevoli alla legalizzazione. Immaginiamo già le giravolte di tanti politici, che per definizione sono così ghiotti di sondaggi.

A rafforzare tutto questo c’è la terza ragione, quella economica. Sappiamo bene quanto potrebbe essere utile il gettito che deriverebbe da un’eventuale legalizzazione: si parla di oltre 8 miliardi di euro l’anno di maggiori entrate. Con tutte le conseguenze legate all’aumento dell’occupazione etc etc.

Insomma, è per tutte queste ragioni che crediamo sia arrivato davvero il momento giusto per parlare di legalizzazione. E non crediamo al refrain secondo il quale le priorità sono altre. È ora di fare pressione oggi stesso.

Per cui si proceda, senza magari perdere troppo tempo sulla cannabis light, che si deve normare, ovvio (per i tanti coltivatori e piccoli imprenditori che ruotano attorno ad essa), ma con lo sguardo sempre rivolto verso l’approdo finale della legalizzazione. Anche perché restando eccessivamente incagliati sulla 242/16 si rischia di arrivare a demonizzare troppo il THC. Invece l’obiettivo deve essere ben chiaro dall’inizio, per non rimanere ancorati alla cannabis light chissà per quanto tempo ancora. Perciò subito un emendamento per sdoganare la vendita del fiore a basso contenuto di THC (si potrebbe fare in un giorno) e affiliamo poi le armi per la battaglia vera e propria, verso nuovi diritti.

Il primo step di questa battaglia dovrà essere senza dubbio la cannabis medica. Bisogna partire da lì, perché i pazienti non hanno il tempo di aspettare e lo Stato deve prenderne atto. Chi ha la necessità deve poter coltivare le proprie piantine senza rischiare il carcere, perché è un suo sacrosanto diritto che riguarda la libertà di cura. Quel diritto che, per intenderci, è scritto nero su bianco nell’articolo 32 della Costituzione italiana. Poi una legalizzazione tout court, a seguito di un dibattito serio e consapevole.

Va incentivata infine tutta la filiera della canapa industriale, mettendo a disposizione anche risorse economiche importanti, perché i macchinari per lavorare la pianta, ad esempio, sono molto costosi.

Diamoci tutti da fare, dunque. Noi la nostra parte la faremo con convinzione, diffondendo le giuste informazioni, smentendo tutte le becere bufale proibizioniste e dando del filo da torcere ai soliti ipocriti. Loro come William Bennet parlano di pregiudizio, noi, dall’altra parte, di buon senso e legalità.




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