I sette punti che il governo deve affrontare sulla cannabis

Il 2 dicembre 2020 verrà ricordato per molto tempo. È la data di una storica inversione di marcia della macchina del controllo internazionale sulle droghe, sancita dal voto dell’ONU sulla raccomandazione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità sulla declassificazione della cannabis.

La decisione della Commission on Narcotic Drugs dell’ONU è una pietra miliare sulla strada della riforma, non solo perché è la prima volta che una sostanza viene rimossa da una delle tabelle delle convenzioni internazionali. È importante perché è caduto un tabù, quello sulla cannabis, ma anche quello dell’impossibilità, quando si parla di droghe, di basare le politiche sulle evidenze scientifiche.

È importante perché la massima autorità sanitaria mondiale è riuscita a convincere La “Chiesa della Proibizione[1], che la cannabis non è la “pianta del demonio”, bensì una risorsa terapeutica. Certo è stato molto difficile farlo: due anni di lavoro preparatorio, altri due per arrivare ad un voto risicatissimo (27 voti a favore contro 25 ed 1 astenuto). Questo, insieme alla successiva bocciatura delle ulteriori raccomandazioni che l’OMS aveva prodotto, rappresenta la testimonianza che il vento ideologico del proibizionismo soffia ancora forte nel mondo, con Russia e Cina ad alimentarlo.

A questo punto però non ci sono più scuse per l’Italia per non completare il quadro normativo e allo stesso tempo ampliare la produzione italiana di cannabis terapeutica. Serve una riforma complessiva, che dia un quadro coerente a livello nazionale rispetto alle varie leggi regionali e che garantisca l’accesso al diritto alla cura in modo uniforme in tutto il territorio italiano.

Da mesi con un digiuno a staffetta[2] che ha superato i 300 aderenti, stiamo cercando di aprire un dialogo con il Ministro della Salute Speranza sulla cannabis terapeutica. Che fine hanno fatto gli impegni che lo Stato si prese a fine 2017 nel decreto fiscale? È ancora ben lontana dall’essere realtà la triplicazione della produzione di cannabis terapeutica a cura dell’Istituto Chimico Farmaceutico di Firenze, mentre nulla sappiamo dell’apertura della produzione nazionale ai privati, della formazione del personale sanitario e della copertura dei costi per i pazienti da parte del Servizio Sanitario Nazionale.

L’emendamento Magi al Bilancio che aumenta i finanziamenti per la produzione e l’importazione di cannabis terapeutica è solo una necessaria toppa momentanea. Fondamentale perché le persone non vivano anche nel 2021 situazioni di irreperibilità della loro medicina, come troppo spesso è avvenuto. Ma non basta.

Sono 7 i punti ineludibili, tutti realizzabili a legislazione vigente, che il nostro governo deve affrontare subito: cancellazione della circolare ministeriale del 26 settembre che pone divieti e condizioni inaccettabili rispetto alle preparazioni di cannabis terapeutica; ritiro definitivo del decreto sul CBD anche alla luce della sentenza della Corte di Giustizia Europea di fine novembre; aumento della produzione nazionale di cannabis con apertura alle imprese private sotto licenza statale; liberalizzazione dell’importazione per sopperire al fabbisogno nazionale residuo; finanziamento della formazione del personale socio-sanitario e campagne informative per il pubblico; allargamento delle patologie e garanzia della rimborsabilità; investimenti in ricerca sulla pianta e avvio di sperimentazioni cliniche innovative.

L’Italia può e deve essere un paese leader nella produzione e nella ricerca sulla cannabis terapeutica, e l’occasione è adesso.

Non ci sono infine più alibi affinché la politica affronti il tema di una riforma complessiva del Testo Unico sulle droghe, della decriminalizzazione completa dei consumi di sostanze e della regolamentazione legale della cannabis. Non sappiamo se questo Parlamento sarà in grado di legiferare in materia, ma il dibattito pubblico deve essere capace di togliersi di dosso le macerie del fallimento proibizionista. Solo partendo dai dati dell’inefficacia conclamata della War on Drugs e dai risultati di quei paesi che hanno fatto da apripista nella riforma delle politiche sulle droghe, riusciremo ad aprire una discussione depurata dalle tossine della narrazione ideologica della Guerra alla Droga. Le evidenze scientifiche e i fatti sono dalla parte della riforma: dobbiamo essere capaci di porli al centro del dibattito.


[1] Vedi Cohen, Peter “La caduta del dogma” in Fuoriluogo, Maggio 2003 www.fuoriluogo.it/collezione/2003/maggio-2003/la-caduta-del-dogma/
[2] Aderisci su www.fuoriluogo.it/digiunoperlacannabis

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