Cannabis Terapeutica - Efficacia nella cura delle patologie

Un nuovo studio rileva che il CBD può aiutare a combattere l’insorgenza dell’Alzheimer

Negli ultimi anni a seguito di vari studi ed esperimenti, il CBD si è dimostrato un ottimo alleato per la nostra salute grazie alla sua attività analgesica e antiansia. Una recente ricerca, pubblicata sul Journal of Alzheimer’s Disease ha dimostrato che il CBD potrebbe essere utilizzato come potenziale terapia per il Morbo di Alzheimer.

Lo studio ha evidenziato che il CBD è in grado di ripristinare la normale funzione di due proteine presenti nel cervello. Entrambe le proteine in questione ​​sono importanti in quanto aiutano il cervello a contrastare l’accumulo di placca beta-amiloide, direttamente associata a patologie come la demenza e il morbo di Alzheimer.

IL Morbo di Alzheimer colpisce prevalentemente le persone al di sopra dei 65 anni di età e, se consideriamo che negli Stati Uniti entro il 2034 il numero di persone con più di 65 anni potrebbe essere maggiore del numero di bambini, questo dato assume un’importanza rilevante. 

La malattia è la sesta causa di morte negli Stati Uniti, ma può classificarsi fino al terzo posto, dietro solo alle malattie cardiache e al cancro, per gli anziani, secondo il National Institute on Aging.

La maggior parte delle persone sperimenta i primi sintomi intorno ai 60 anni e purtroppo i danni causati sono irreversibili, le persone vengono lentamente private della loro memoria e della capacità di pensiero fino ad avere difficoltà anche nel compiere le più semplici azioni quotidiane.

Tramite esperimenti condotti sui topi, i ricercatori dell’Università Augusta in Georgia e della European Medical Association hanno scoperto che il trattamento con CBD ha causato l’aumento dei livelli di IL-33 di sette volte e dei livelli di TREM2 di dieci volte.

IL-33 e TREM2 sono due proteine che giocano un ruolo fondamentale per contrastare l’accumulo di placca beta-amiloide nel cervello, sostanza che, se presente in quantità elevate, causa danni diretti alle cellule nervose presenti nelle aree cerebrali responsabili della memoria e di altre funzioni cognitive.

In un comunicato stampa sullo studio, i ricercatori hanno affermato che i risultati sono importanti perché al momento c’è un urgente bisogno di nuove terapie per migliorare la qualità di vita dei pazienti con Alzheimer, che hanno definito come “una delle minacce per la salute in più rapida crescita negli Stati Uniti”.

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