Canapicoltore, un mestiere rischioso in Sardegna. Vi spieghiamo perché

Intervista a Massimo Cossu, Presidente Canapa Sativa Italia

Essere produttore di cannabis light al giorno d’oggi è un mestiere ad alto rischio. È all’ordine del giorno il controllo e il sequestro ai danni di un canapicoltore o di un commerciante di “oro verde”, in particolare in Sardegna.

Nel 2016 la produzione di canapa in Italia è stata avviata con la legge 242, seppur in coesistenza forzosa con il DPR 309/90 e senza esplicitare la possibilità di manipolare infiorescenza, ciò che ad oggi è il motore trainante del settore.

Nel 05/2019 la sentenza della Cassazione n. 30475 conia la definizione impositiva dell'”assenza di effetto drogante” per la cannabis light. Pur non limitando effettivamente la produzione e la vendita oltre le normative vigenti, i “toni” della sentenza creano confusione a partire dai titoli dei giornali quali “La Cassazione vieta la Cannabis Light” facendo partire una vera e guerra al comparto da parte dei pochi nostalgici del proibizionismo tra cui Antonio Pignataro (ex questore di Macerata) ed Ezio Domenico Basso (procuratore di Oristano, in trasferimento a Lecco).

Per cercare di sfatare dei miti e porre dei punti fermi, abbiamo chiesto un confronto con Massimo Cossu, Presidente dell’associazione Canapa Sativa Italia e produttore di cannabis light in un’azienda agricola sarda.

La Sardegna ha assistito a un boom produttivo, gli ettari di terreno destinati alla canapa sono triplicati negli ultimi due anni, passando dai 400 del 2019 ai 1.300 del 2021. Il primato regionale è però legato ad altri fattori oltre al clima.

“Prima di analizzare nel dettaglio ciò che è successo al settore canapicolo in Sardegna, è necessario inquadrare il panorama in cui è esplosa questa bomba” precisa Massimo Cossu. “La categoria di lavoratori che si è interessata a questa nuova coltura è per la maggior parte quella agropastorale, figlia di politiche che non sono state capaci di valorizzare le possibilità territoriali di tantissime realtà sarde. Il mercato della cannabis legale ha quindi aperto loro una nuova possibilità di guadagno, solo apparentemente facile, che richiede poca acqua e tanta terra – due cose che nella nostra isola non mancano.

Poiché ad alcuni il primo anno di raccolta è andata molto bene, questa coltura è stata presa d’assalto dagli agricoltori dell’isola e in questa maniera tante realtà agropastorali hanno potuto dare un nuovo sbocco alle loro aziende, riuscendo a differenziare le produzioni”.

Sono tanti i giovani imprenditori impiegati in questa produzione “che hanno creduto e investito nel settore e non hanno un background strettamente agricolo, ma spesso professionalità specializzate che hanno trovato una nuova strada in questo settore. Un altro dato rilevante quindi, oltre al numero di giovani che è tornato sui campi, è il nuovo approccio e le competenze fuori dagli schemi, che hanno consentito spesso all’agricoltura tradizionale di fare un salto di qualità. Tutto questo grazie alla passione per questa pianta e all’aver creduto in questo settore nascente”.

Nelle città di Cagliari e Oristano in particolar modo, ma un po’ in tutta la regione, i produttori hanno subito una posizione al quanto ostile da parte delle procure, nonché una serie di sequestri.

La Sardegna è una bellissima regione, eppure, Massimo rammaricato racconta “oggi l’attenzione mediatica non è rivolta al nostro territorio per l’enorme superficie che le aziende locali hanno destinato alla produzione di infiorescenze, con tutte le esternalità positive che ne derivano, ma purtroppo il focus è sulle faccende giuridiche. Situazioni dovute più che ad alcune incongruenze legislative, ad un approccio tipicamente repressivo, alimentando incertezza nel settore, favorendo paradossalmente gli operatori più spregiudicati. Un’incongruenza considerata dalla maggior parte degli esperti della materia non corretta.”

“Il problema che sussiste e alimenta il caos è di certo il conflitto con il dpr 309/90. Convergenza che viene erroneamente risolta vietando l’uso cosmetico e alimentare del thc e quindi del fiore intero. La destinazione d’uso rimane un problema anche se sia la legge 242/16, sia la recente Legge regionale 28 maggio 2021 del Piemonte “Sostegno alla coltura della canapa (Cannabis sativa L.) e alle relative filiere produttive” inquadrano la destinazione florovivaistica come adeguata, insieme naturalmente a quella della biomassa come semilavorato per alimenti e cosmetici che autorizza la lavorazione delle infiorescenze, in quanto fiori secchi recisi e materia prima per diversi settori”.

Non sono obbligatori contratti di conferimento in un mercato libero.

“Sul CBD “farmaceutico” non esistono bandi, ma solo delle “linee guida” spuntate sul sito del ministero della salute, nelle quali si prevede che l’azienda, tra altre cose anche comprensibili, possa far richiesta per un’autorizzazione alla produzione di cannabis farmaceutica solo se provvista di 10 ettari di terreno. Linee guida che non sono sorrette da alcuna norma”.

La normativa prevede l’uso del cbd isolato nelle industrie farmaceutiche e cosmetiche, quindi la lavorazione dell’infiorescenza al fine estrattivo. “Le stesse normative specifiche alle destinazioni d’uso” prosegue Cossu “consentono di offrire le garanzie base di standard qualitativi e salubrità del prodotto. La concorrenza che si instaura nel libero mercato genera produzioni di maggiore qualità e di eccellenza. Ma è un’attività che non richiede né contratto di ritiro, né autorizzazioni particolari del Ministero della Salute o di Aifa.”

L’art. 3 della legge 242/16 tutela l’agricoltore che rispetta gli articoli 1,2 e 3. Eppure in Sardegna non è sufficiente per tutelare l’agricoltore.

“È necessario che l’azienda si munisca della corretta tracciabilità come in ogni altro settore produttivo, ma in nessun punto della legge si parla di limiti di lavorazione, se non in riferimento a sementi certificate e valori di thc.” La situazione peggiora per i produttori sardi” racconta il Presidente di CSI: “l’ultima invenzione della procura è addirittura l’accusa di associazione a delinquere fra chi vende le piante, chi le coltiva e chi ritira il prodotto finito. Stiamo arrivando al ridicolo e già si parla di manifestazioni per portare direttamente alla procura i fiori che la stessa manda a ritirare, riversando davanti agli uffici le tonnellate di infiorescenze che i coltivatori sardi hanno prodotto con molti sforzi e che ora sono ferme”.

“Questo approccio è vergognoso. Non è accettabile che chi investe e crede nel fare impresa in Italia, venga trattato come un criminale”.

Ogni volta che i titoli della rassegna stampa riportano di sequestri di grandi quantitativi o di piante o di raccolti il dubbio che sia un’azienda agricola anziché uno spacciatore sorge spontaneo.

“Il dubbio è lecito” conferma Cossu “troppo spesso i media che riportano queste notizie puntano al clamore della notizia piuttosto che a raccontare la verità. Con questo non voglio dire che tutte le coltivazioni sequestrate siano lecite. Ma l’interpretazione della legge che si è deciso (di punto in bianco) di dare in Sardegna, non distingue la cannabis ad alto tenore di thc dalla canapa cbd. La disinformazione è uno dei grandi mali per il nostro settore e la procura di Cagliari ha aumentato la confusione.

Canapa Sativa Italia è una delle maggiori associazioni ma, per fortuna, Massimo ammette che non si sono trovati a gestire casi di sequestri eclatanti “in quanto gli associati dispongono delle informazioni e degli strumenti per lavorare correttamente e non avere nulla da temere di fronte alla legge. Certo alcuni subiscono ancora le angherie di alcune procure che possono decidere di approcciare il fenomeno con sospetto e quindi attivare tutti gli strumenti per verificare la liceità dell’attività. Purtroppo ciò coinvolge un giudice e un intero processo con relativi costi, nei casi di coltivazione di canapa industriale processi e indagini che si concludono sempre con assoluzione, a dimostrazione della realtà dei fatti.”

Prevenire tramite una corretta tracciabilità, un’adeguata tutela legale e un dialogo aperto con le FFOO è certamente la miglior cura, per questo le associazioni CSI e Sardinia Cannabis si sono impegnate per dare gli strumenti adeguati ai loro produttori: informazione e non solo.

“Dove si è riusciti ad intraprendere un dialogo con le forze dell’ordine sono stati trovati diversi metodi per accertare indiscutibilmente la liceità della coltivazione ed evitare quindi allo Stato i costi di un processo e all’agricoltore l’incubo dell’accertamento penale. Una situazione spiacevole, riconosciuta lesiva di diversi diritti fondamentali. L’associazione Sardinia Cannabis, con cui ci confrontiamo quotidianamente, ha collaborato con le autorità locali per offrire ad alcune questure la possibilità di accedere a dei test rapidi, relativamente economici, per poter scientificamente verificare l’identità della pianta”.

Dal sequestro al risultato delle analisi il tempo di attesa è variabile, dipende laboratorio, dalla regione, dal commissariato, così l’imputato rimane con il magazzino o il campo inaccessibili per diverso tempo (da un mese a un anno). Per questo chiediamo in concerto anche con le altre associazioni presenti al tavolo di filiera (Ministero delle politiche agricole ndr) di utilizzare lo strumento dei test veloci per dirimere i dubbi sulla natura della sostanza e affrontare il fenomeno in maniera più corretta ed efficiente.”

Infine Massimo Cossu conclude chiedendosi “Quale altra attività economica si ritrova a dover fronteggiare controlli di carattere penale che siano di routine? Una normativa che consenta dei controlli meno repressivi sarebbe molto più adeguata a un paese che voglia sostenere un nuovo e promettente comparto produttivo”.

Coltivare canapa è legale eppure è un mestiere pericoloso.

Per contatti e ulteriori chiarimenti potete consultare il sito web www.canapasativaitalia.org

dove si affrontano diversi temi e si possono effettuare le iscrizioni per l’anno 2022.

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