In mezzo al guado

Sono mesi contraddistinti da pulsioni contrastanti, in Italia e nel mondo, quelli che sta vivendo il settore della cannabis. Mesi in cui un giorno ci si sveglia pensando di avere rotto un altro argine nel percorso di piena consapevolezza e avere superato ideologie e pregiudizi centenari, e il giorno dopo, invece, ci si ritrova costretti a registrare ancora passi indietro, goffi tentativi di riportare le lancette della storia al punto di partenza e forse anche più indietro. 

D’altronde non c’è da meravigliarsi troppo. Viviamo in un’epoca in cui le contraddizioni sono una costante. E forse non potrebbe essere altrimenti. Siamo ancora nel pieno di una pandemia che ha cambiato le nostre vite, le nostre abitudini, i nostri rapporti, le logiche che stanno alla base delle nostre stesse società. In questo contesto è facile, facilissimo, sbandare, poi pensare di avere ripreso il controllo, poi sbandare di nuovo e magari finire risucchiati in un vortice indefinito. 

Quel che colpisce è che ormai da anni il discorso riguardante la cannabis sembra attraversato da contraddizioni davvero assurde. Talmente antitetiche da creare una sorta di limbo schizofrenico, nel quale chi opera in questo settore è ormai abituato a navigare. In Italia questa situazione è ben rappresentata dalle ultime evoluzioni del dibattito politico. 

Da una parte abbiamo la grande spinta verso le piena legalizzazione portata dalla raccolta firme per il referendum. Una campagna e un movimento fatto di associazioni, addetti ai lavori, esperti che si sono messi al servizio di un’idea, di un obiettivo. E l’hanno raggiunto brillantemente, raccogliendo 600mila firme e proiettando l’Italia verso un appuntamento referendario che – se non ci saranno intoppi che nessuno si augura – potrebbe portare i cittadini al voto entro giugno e scrivere così una pagina che cambierebbe probabilmente per sempre il rapporto tra il nostro Paese e la legislazione sulle droghe leggere, sulla cannabis in particolare. 

Non è mai superfluo ricordare, in questo senso, che grazie all’ultima rilevazione demoscopica realizzata dall’Istituto SWG, in collaborazione con BeLeaf Magazine e Meglio Legale, sappiamo che circa il 58% degli italiani si dice favorevole alla legalizzazione. 

Numeri che dovrebbero suggerire alla politica una certa cautela quando si parla di cannabis. E invece eccoci costretti, di nuovo, ad assistere ad un obbrobrioso tentativo di spaventare il settore. Un settore, quello che potremmo semplificando chiamare della “cannabis light”, che in Italia genera introiti, rimpingua le casse dello Stato, dà lavoro a migliaia di ragazzi e alimenta il sogno di centinaia di imprenditori. Non c’è altro modo per descrivere il decreto interministeriale sulle piante officinali che, nelle intenzioni di chi l’ha scritto, doveva diventare uno spauracchio nei confronti degli eroici operatori di questo settore, e invece si tradurrà nell’ennesimo nulla di fatto.

Una situazione paradossale, perché se è vero che dal punto di vista pratico non cambierà praticamente nulla, dal punto di vista politico si tratta dell’ennesima occasione persa per porre fine alle incertezze derivanti dal vulnus normativo contenuto nella legge 242 del 2016. Un vulnus dentro il quale il settore si è ormai abituato a muovere, ma che lascia aperte le strade per questi improbabili blitz. In un Paese in cui anche il settore delle terme ha beneficiato di un bonus per fronteggiare la pandemia, anche noi dovremmo e potremmo chiedere a gran voce, se non aiuti, almeno un po’ di chiarezza. 

Ma, dicevamo, le contraddizioni non sono solo italiane. Negli Usa, nonostante i diciotto Stati che hanno ormai legalizzato possesso, commercio e uso di cannabis a scopo ricreativo, la legge federale stenta a decollare. Nel Regno Unito la spinta innovativa del sindaco di Londra Sadiq Khan deve fare i conti con quella del governo conservatore che va nella direzione opposta. A livello di Unione Europea si muovo poco o nulla. 

E allora ecco che in un panorama come questo gli occhi sono tutti puntati su Berlino, dove il nuovo governo ha inserito la legalizzazione della cannabis all’interno del proprio programma. Tempi e modi di questo processo saranno decisivi per il futuro della lotta antiproibizionista, in Germania e non solo. Quanto succederà nel Paese più grande, popoloso e avanzato d’Europa potrebbe rappresentare lo shock che cambierà gli equilibri e condizionerà inevitabilmente tutto il resto.

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