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Primo maggio amaro: la canapa industriale e il lavoro sacrificato sull’altare dell’ideologia

Oggi, 1° maggio, “la Festa dei Lavoratori” dovrebbe essere un momento di riflessione sulle conquiste sociali, sulla dignità del lavoro e sulle prospettive future. Eppure, per migliaia di lavoratori italiani, questa ricorrenza arriva con un retrogusto amaro. Non per una crisi inevitabile o per trasformazioni economiche globali, ma per una scelta politica precisa: colpire la filiera della canapa industriale.

Negli ultimi anni, e in modo ancora più marcato sotto il governo guidato da Giorgia Meloni, si è assistito a un progressivo irrigidimento normativo nei confronti di un settore che, fino a poco tempo fa, rappresentava una delle poche storie di crescita agricola e imprenditoriale nel nostro Paese. Una filiera giovane, innovativa, capace di creare occupazione diffusa — soprattutto tra i più giovani — e di valorizzare territori marginali.

Le cifre parlano chiaro, anche se il governo preferisce ignorarle: tra i 22.000 e i 30.000 posti di lavoro sono oggi a rischio. Non si tratta di numeri astratti, ma di agricoltori, tecnici, commercianti, trasformatori. Persone che hanno investito tempo, risorse e competenze in un settore perfettamente legale, regolato dalla legge 242/2016, e improvvisamente trattato come un problema da reprimere.

Il nodo è sempre lo stesso: una confusione — spesso volutamente alimentata — tra canapa industriale e sostanze stupefacenti. Il dibattito politico italiano continua a muoversi su basi ideologiche, quando non apertamente propagandistiche. Il risultato è un cortocircuito normativo che scoraggia gli investimenti, blocca le attività e mette in ginocchio intere filiere.

Il cosiddetto “Decreto Sicurezza”, con le sue restrizioni sulle infiorescenze e sui derivati, rappresenta l’ennesimo passo indietro. Una misura che non solo non risolve alcun problema reale di ordine pubblico, ma che colpisce indiscriminatamente un comparto produttivo già fragile. Parlare di “tutela della sicurezza” mentre si cancellano migliaia di posti di lavoro è, quantomeno, una forzatura.

E qui sta il punto politico: mentre in Europa e nel resto del mondo la canapa viene integrata nelle strategie di sviluppo sostenibile — tra economia circolare, bioedilizia e agricoltura rigenerativa — l’Italia sceglie la strada opposta. Una scelta che appare sempre più come una battaglia di retroguardia, anacronistica e scollegata dalla realtà economica e scientifica.

Nel giorno in cui si celebrano i lavoratori, è difficile non vedere la contraddizione: da un lato le parole sulla centralità del lavoro, dall’altro provvedimenti che lo distruggono. Senza alternative, senza piani di riconversione, senza ascolto delle parti coinvolte.

La verità è che la canapa industriale non è solo una questione agricola o normativa. È un simbolo. Di quale direzione vogliamo dare al Paese. Di quanto siamo disposti a basare le politiche pubbliche su dati, evidenze e visione, invece che su paure e slogan.

Questo 1° maggio dovrebbe allora servire anche a questo: a ricordare che il lavoro non si difende a parole, ma con scelte coerenti. E che smantellare interi settori produttivi per ragioni ideologiche non è solo miope, ma profondamente ingiusto.

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