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Cannabis e sport: uno studio finanziato dalla NFL chiede di superare lo stigma e informare meglio gli atleti

La ricerca rivela che sempre più professionisti utilizzano la cannabis per dolore, recupero e sonno, ma denunciano carenza di informazioni e pregiudizi da parte di squadre e federazioni.

L’interesse degli atleti verso la cannabis a uso terapeutico continua a crescere, ma il mondo dello sport fatica ancora a fornire informazioni corrette e basate sulle evidenze scientifiche. È quanto emerge da un nuovo studio finanziato anche dalla National Football League (NFL), secondo cui lo stigma nei confronti della cannabis rappresenta ancora uno dei principali ostacoli a un utilizzo consapevole da parte degli sportivi professionisti.

Pubblicata sulla rivista Sports Health, la ricerca conclude che le principali leghe sportive dovrebbero abbandonare l’approccio proibizionista e investire in programmi di educazione imparziali, capaci di aiutare gli atleti a prendere decisioni informate sul possibile impiego dei cannabinoidi per la salute e il recupero fisico.

Sempre più atleti usano la cannabis, ma manca una formazione adeguata

Lo studio, realizzato da ricercatori dell’Università del Saskatchewan e dell’Università di Regina (Canada), evidenzia come l’espansione della legalizzazione della cannabis in Nord America abbia aumentato l’interesse verso il suo utilizzo in ambito sportivo.

Secondo gli autori, molti atleti ricorrono alla cannabis non solo per scopi ricreativi, ma anche per gestire il dolore cronico, favorire il recupero muscolare, migliorare il sonno, ridurre stress e ansia e, in alcuni casi, come possibile supporto dopo traumi cerebrali e commozioni cerebrali.

Nonostante ciò, la maggior parte degli intervistati afferma di non ricevere informazioni sufficienti da medici sportivi, squadre o federazioni. Al contrario, le poche comunicazioni ufficiali sono spesso concentrate esclusivamente sui possibili rischi dell’uso della cannabis, senza affrontarne i potenziali benefici terapeutici né spiegare in modo chiaro le motivazioni delle normative vigenti.

Lo studio: interviste ad atleti di NFL, NBA, NHL e NCAA

La ricerca ha coinvolto dieci atleti professionisti ed ex professionisti provenienti da diverse discipline di contatto, tra cui NFL, NBA, NHL e NCAA. Il progetto è stato finanziato in parte dal comitato congiunto per la gestione del dolore istituito dalla NFL insieme alla NFL Players Association.

Dalle testimonianze emerge un quadro piuttosto omogeneo: la cannabis viene utilizzata soprattutto per alleviare il dolore, migliorare il recupero dopo gli allenamenti, favorire il rilassamento e ottenere un riposo notturno di maggiore qualità.

Diversi partecipanti hanno inoltre raccontato di aver sostituito gli antidolorifici oppioidi o il consumo di alcol con la cannabis, ritenendola un’alternativa meno impattante sul proprio benessere generale.

Alcuni atleti hanno descritto benefici anche sul piano della concentrazione e della salute mentale, sottolineando come l’utilizzo dei cannabinoidi abbia contribuito a gestire stress, infiammazioni e, in alcuni casi, i sintomi successivi alle commozioni cerebrali.

Lo stigma resta uno dei principali ostacoli

Nonostante il progressivo cambiamento normativo negli Stati Uniti e in Canada, lo studio evidenzia come lo stigma nei confronti della cannabis continui a influenzare profondamente l’ambiente sportivo.

Molti atleti dichiarano di temere il giudizio di compagni di squadra, dirigenti, staff medico e opinione pubblica. In alcuni casi permane anche la paura di conseguenze disciplinari o danni d’immagine, soprattutto nelle giurisdizioni dove la cannabis non è ancora completamente legalizzata.

Un altro elemento emerso riguarda le politiche antidoping. Diversi intervistati si chiedono perché la cannabis venga ancora trattata come una sostanza assimilabile ai farmaci dopanti, mentre l’alcol – pur essendo largamente diffuso negli ambienti sportivi – continua a essere socialmente accettato e molto meno stigmatizzato.

Secondo gli autori, questa disparità contribuisce a generare confusione e riduce la fiducia degli atleti nei confronti delle istituzioni sportive.

Le informazioni arrivano soprattutto da internet e dai compagni

In assenza di programmi educativi strutturati, molti sportivi raccontano di affidarsi a ricerche online, esperienze personali o consigli di altri atleti per orientarsi sull’uso della cannabis.

Gli studiosi ritengono questa situazione problematica, poiché aumenta il rischio di ricorrere a prodotti non regolamentati o di prendere decisioni senza un adeguato supporto medico.

Per questo motivo, la ricerca propone cinque interventi prioritari:

  • sviluppare programmi di educazione specifici sulla cannabis destinati agli atleti;
  • uniformare le politiche delle diverse leghe sportive sulla base delle più recenti evidenze scientifiche;
  • favorire un dialogo aperto e privo di pregiudizi tra atleti e personale sanitario;
  • ridurre lo stigma ancora presente nel mondo dello sport;
  • finanziare ulteriori studi sugli effetti dei cannabinoidi sul recupero, sulle prestazioni sportive e sulla salute a lungo termine.

Le leghe sportive stanno cambiando approccio

Negli ultimi anni molte organizzazioni sportive nordamericane hanno progressivamente rivisto le proprie politiche sulla cannabis.

La NBA ha eliminato definitivamente la cannabis dall’elenco delle sostanze proibite nel 2023, consentendo inoltre ai giocatori di investire e collaborare con aziende del settore.

La NCAA ha seguito la stessa direzione nel 2024, rimuovendo la cannabis dall’elenco delle sostanze vietate per gli atleti della Division I dopo aver già innalzato, nel 2022, la soglia consentita di THC in linea con gli standard della World Anti-Doping Agency (WADA).

Anche la NFL ha progressivamente allentato le proprie regole: dopo aver eliminato le sospensioni per i test positivi alla cannabis, nel 2024 ha ulteriormente ridotto le sanzioni economiche e aumentato il limite di THC consentito ai giocatori.

La Women’s National Basketball Association (WNBA) ha invece recentemente rimosso la cannabis dall’elenco delle sostanze proibite, introducendo anche norme che permettono alle atlete di investire e promuovere aziende del comparto cannabico.

Il dibattito con la WADA resta aperto

Nonostante questi cambiamenti, il tema continua a dividere il mondo dello sport internazionale.

La World Anti-Doping Agency mantiene infatti il divieto sulla cannabis nelle competizioni internazionali, una posizione criticata apertamente dalla U.S. Anti-Doping Agency (USADA), che considera la misura non più giustificata dalle evidenze scientifiche.

Il dibattito si è acceso soprattutto dopo il caso della velocista statunitense Sha’Carri Richardson, esclusa dalle Olimpiadi di Tokyo dopo essere risultata positiva al THC, sostanza che aveva dichiarato di aver utilizzato per affrontare il lutto della madre.

Una nuova cultura della cannabis nello sport

Gli autori dello studio ritengono che il panorama stia rapidamente evolvendo. La crescente disponibilità di prodotti a base di cannabinoidi e la progressiva liberalizzazione della cannabis impongono alle organizzazioni sportive un cambio di paradigma.

Più che puntare esclusivamente sul divieto, concludono i ricercatori, federazioni e leghe dovrebbero promuovere informazione scientifica, dialogo e ricerca, affinché gli atleti possano valutare rischi e benefici della cannabis in maniera consapevole e supportata dalle evidenze disponibili.

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