Legalizzazione, intervista a Saviano: “L’Italia ha bisogno di coraggio per abbattere i pregiudizi”

Da sempre impegnato su posizioni anti-proibizioniste, Roberto Saviano è una delle firme più note e autorevoli nel panorama italiano. L’abbiamo intervistato per il numero di gennaio di BeLeaf Magazine e, insieme a lui, abbiamo fatto una riflessione a 360 gradi su quanto stia succedendo in Italia su questo fronte. Ecco cosa ne è uscito.
Recentemente in un’intervista che Lei ha realizzato con Felice Maniero per Kings of Crime, l’ex boss del Brenta ha spiegato che la legalizzazione delle droghe leggere è il vero incubo della criminalità organizzata. Esiste uno spot migliore per questa battaglia e perché, se è così ‘semplice’, non si persegue questa strada?
Non è affatto semplice. E non lo è perché non esiste, a oggi, un tavolo di discussione in Italia sull’argomento. Anche le recente iniziativa del senatore grillino Matteo Mantero, che ha depositato in Senato un disegno di legge per legalizzare la coltivazione, la lavorazione e la vendita della cannabis e dei suoi derivati, è stata subito bloccata dall’alleato leghista perché la materia non è presente nel contratto di governo. Nonostante, negli anni scorsi, le relazioni annuali della Direzione nazionale antimafia avessero espresso una certa apertura nei confronti della legalizzazione – appurato, una volta per tutte, il fallimento delle politiche proibizioniste – di legalizzazione e di droghe si occupano in pochi e questi pochi non trovano ascolto presso le istituzioni. Un grido d’allarme c’è, ma resta sotto traccia, e riguarda l’eroina che è tornata ad avere una diffusione capillare, anche perché una dose arriva a costare anche 4 euro. Non esiste più alcuna informazione sul tema. Chiunque si trovi a parlare di eroina e tossicodipendenza, se dirà il vero, e cioè che oggi siamo in una situazione di emergenza paragonabile a quella che il nostro Paese ha vissuto negli anni Ottanta e Novanta, stenterà a essere creduto. I tossicodipendenti vengono trattati come criminali e spesso non trovano accoglienza nelle comunità di recupero ma scontano in carcere la loro pena per reati, spesso minori, connessi alla loro condizione. Cosa c’entra tutto questo con la legalizzazione delle droghe leggere? C’entra, perché le droghe leggere portano liquidità nelle casse delle organizzazioni criminali, liquidità che serve per alimentare il “commercio” di altre droghe (cocaina ed eroina) e per dopare l’economia di uno stato. Maniero ha detto esattamente questo: i fiumi di denaro che entrano, attraverso il narcotraffico, nelle casse delle organizzazioni criminali, alimentano il narcotraffico e conferiscono alla criminalità organizzata un potere d’acquisto immenso. E in vendita ci siamo noi e le nostre democrazie.

Le tesi portate avanti dai proibizionisti sono sempre le stesse da decenni: legalizzare non vuol dire sconfiggere la criminalità organizzata e contribuisce a creare nuovi consumatori. Cosa c’è di vero in queste affermazioni e cosa ci insegnano i Paesi in cui il processo di regolamentazione è stato già avviato?
È vero che legalizzare le droghe (ora, per assurdo, penso a tutte le droghe) non porterà automaticamente alla fine delle organizzazioni criminali, ma essendo quello il mercato più redditizio, possiamo aspettarci di vedere il loro potere economico notevolmente ridimensionato. Legalizzare le droghe significa ridimensionare il grado di penetrazione delle organizzazioni criminali nel tessuto economico e sociale di un Paese, perché viene loro sottratto potere economico.

Non è vero che le droghe leggere siano l’anticamera per altre forme di dipendenza, posto che le dipendenze più dannose oggi sono quelle da sostanze legali, come sigarette e alcol. Quest’ultimo, secondo le stime dell’Oms, fa oltre 3 milioni di vittime ogni anno in tutto il mondo. E cosa ci dicono le esperienze dei paesi dove si è aperto al consumo legale delle droghe? Che lo stato può capitalizzare, ma che deve essere vigile perché sarà attore principale e non dovrà più solo intervenite a punire, reprimere, curare.
Il legame tra organizzazioni terroristiche e mafie passa anche per le droghe leggere: ci spiega meglio come è strutturato questo processo?

Questa è una domanda fondamentale e la risposta non è né scontata, né semplice. Diciamo che il legame tra terroristi, criminalità organizzata e spaccio di droga dovrebbe essere sotto gli occhi di tutti e dovrebbe essere oggetto di continuo dibattito, ma si preferisce, ancora oggi, ragionare in un’ottica di contrapposizione di visioni del mondo, si preferisce parlare di scontro tra religioni e culture, quando le evidenze portano da tutt’altra parte. Siamo ancora qui a credere che gli attentatori abbiamo curricula di radicalizzazione più lunghi rispetto ai loro curricula criminali, ma non è così.
Chérif Chekkat, l’attentatore di Strasburgo, aveva ben 27 condanne per reati comuni commessi in Francia, Svizzera e Germania, dove è stato detenuto. Dicono si fosse “radicalizzato”, eppure non c’era nessuna traccia nel suo appartamento di legami con l’Isis. Ancora più emblematico il caso di Brahim Abdeslam, il terrorista che la sera del 13 novembre si fece saltare in aria davanti alla brasserie di boulevard Voltaire a Parigi, noto alle forze dell’ordine per furto e traffico di droga.

Suo fratello Salah, che era riuscito a scappare ed è stato arrestato poi nel quartiere Molenbeek a Bruxelles, nel 2010 era finito in prigione in Belgio per rapina insieme ad Abdelhamid Abaaoud, considerato la mente degli attentati di Parigi. I fratelli Abdeslam, nel 2013, a Molenbeek avevano preso in gestione un bar diventato la loro base per lo spaccio di hashish, e il locale era stato poi chiuso per traffico di droga. Anche i fratelli Khalid e Ibrahim El Bakraoui, due dei kamikaze degli attentati di Bruxelles, avevano precedenti per spaccio di droga e rapina. Ayoub El Khazzani, l’attentatore del treno Amsterdam-Parigi era stato condannato da un tribunale spagnolo per traffico di droga. Chérif Kouachi, uno dei terroristi dell’attentato a Charlie Hebdo, aveva vissuto nella periferia nord-est di Parigi, dove droga e piccoli crimini erano la sua occupazione principale prima di diventare jihadista insieme al fratello Saïd. I terroristi islamisti hanno quasi sempre un passato da pusher o da criminali comuni, passano da esperienze di criminalità organizzata a esperienze di prassi terroristica senza modificare i propri comportamenti.
L’Europa sta pagando un prezzo altissimo e le cose non miglioreranno se i nostri governi non cambieranno passo riguardo a quella che chiamano emergenza immigrazione, ma che è soprattutto una emergenza integrazione, che non riguarda solo immigrati o figli di immigrati. Il fallimento si è realizzato quando le nuove generazioni cresciute ai margini dell’Europa hanno preso coscienza del disinteresse di fondo per i loro destini: perditi pure, purché tu lo faccia lontano dai miei occhi. E dunque ecco che la contiguità tra criminalità organizzata, spaccio e terrorismo viene fuori in tutta la sua violenza: cosa hanno in comune un affiliato di camorra che mette in conto, ogni giorno, di poter essere ammazzato e chi si fa saltare in aria al grido di Allah akbar? Un grado di cinismo pressoché incurabile, mancanza di fiducia in qualunque istituzione e prassi e, forse, anche la consapevolezza che quella per loro è l’unica possibilità di riscatto.
Lei si divide fra Italia e Usa, dove ultimamente il processo di legalizzazione non è più un tabù tanto che anche il Presidente Trump sembra aver aperto alla possibilità di una legge federale in materia. Negli ultimi anni, nel mondo, si sono moltiplicate le esperienze di apertura da questo punto di vista. Dall’Uruguay al Canada, allo stesso Messico e, in prospettiva anche per vari Paesi europei, l’Italia invece è ferma al palo, perché? Abbiamo una qualche ‘specificità’ che ci sfugge?
L’approccio al tema continua a essere un approccio etico e morale, ma solo per opportunismo politico, perché in realtà nel nostro Paese etica e morale vengono applicate a discrezione a temi e argomenti che devono diventare o rimanere tabù. Il clima di perenne campagna elettorale non aiuta, perché la politica non riesce mai ad affrancarsi dalla necessità di raccogliere consensi e per farlo devono restare fuori dal dibattito quei temi che maggiormente generano polemiche e si prestano a strumentalizzazioni, ma soprattutto quei temi che, a differenza dell’immigrazione, non riescono a essere percepiti come priorità. Eppure tra immigrazione, legalizzazione delle droghe e tossicodipendenza, le ultime due avrebbero un grado di urgenza assai maggiore, ma per mostrare come in Italia ci siano troppi immigrati basta dire: “Vai a Tremini, vatti a fare un giro a Napoli in Piazza Garibaldi o vai in Stazione centrale a Milano”. Non è un caso che non sia passato lo ius soli (prima gli italiani), che sotto elezioni il Pd abbia bloccato l’iter sulla riforma dell’ordinamento penitenziario che era in dirittura d’arrivo (un regalo per i delinquenti). Non è un caso che di eutanasia non si parla se non quando Marco Cappato decide di farsi processare. “Ciascuno cresce solo se sognato”, diceva Danilo Dolci: la politica sembra non sognarla più nessuno e lei non sogna noi. Siamo fermi al palo ed essere fermi significa regredire.
Nella scorsa legislatura, si è lavorato a una proposta di legge, promossa da un intergruppo parlamentare composto da esponenti della maggior parte dei partiti, che mirava alla legalizzazione. Era la prima volta nella storia nel nostro Paese ed abbiamo visto come è andata a finire. Oggi sembra tutto più lontano. Il Movimento 5 Stelle, che si era speso molto, ora sembra condizionato dalle posizioni oltranziste della Lega di Salvini e del ministro Fontana, che hanno dichiarato guerra a quelle che loro definiscono, senza fare distinzioni, semplicemente droghe. Stiamo tornando indietro, all’epoca del ‘si comincia con una canna e si arriva alla siringa’?
Si, siamo tornati esattamente lì. E ci siamo tornati perché manca informazione. Non sappiamo che dobbiamo dire ai ragazzi che dall’eroina devono stare lontani, e dobbiamo dirlo come trent’anni fa veniva detto a noi. Di droghe si deve parlare in televisione, ma in maniera consapevole e informata, non agitando un indistinto e fumoso spauracchio che nessuno potrà essere in grado di riconoscere quando poi se lo trova davanti. È tornato l’AIDS nel silenzio totale, senza che sia possibile correre ai ripari perché il senso comune considera l’HIV un virus praticamente debellato. È da poco scomparso Ferdinando Aiuti, l’immunologo che nel 1991 per combattere i pregiudizi legati alla trasmissione del virus aveva baciato di fronte alle telecamere Rosaria Iardino, una donna sieropositiva. Fu un gesto di incredibile impatto che ci rese consapevoli dei rischi che si corrono in presenza di soggetti che hanno contratto il virus, ma soprattutto dei rischi che non si corrono. L’Italia ha bisogno di coraggio, e un governo che afferma di voler lavorare esclusivamente seguendo quanto scritto in un contratto è sicuramente un governo privo di coraggio.
Nel 2016, la legge 242 ha regolamentato la coltivazione della canapa che, prima della sua persecuzione di natura ideologica, era un coltura diffusissima in Italia e anche all’estero. E’ esploso il fenomeno cannabis light, un’opportunità per tanti giovani, soprattutto del sud. La legge, però, regola la coltivazione ma è molto vaga sulla commercializzazione. Già abbiamo visto i primi sequestri e la prime strette del governo in materia: c’è il rischio che nelle zone grigie della legge si possano infilare le rinnovate pulsioni proibizioniste? Oppure possiamo dire che è cominciato un lento ma inesorabile percorso per sfondare il muro del proibizionismo?
Non riesco a essere ottimista. Non credo che si sia avviato un reale processo per abbattere il muro del proibizionismo. Se pensiamo che in Italia ha difficoltà a essere prodotta e diffusa la cannabis a uso terapeutico che risponde a un criterio di necessità, non riesco a immaginare come la cannabis a uso ricreativo possa avere un destino migliore. È ancora troppo difficile far digerire l’utilizzo di parole come “ludico” e “ricreativo” associato a sostanze stupefacenti; ovviamente la realtà dei fatti è totalmente diversa, le sostanze stupefacenti sono diffuse a livello capillare e la loro qualità è resa pessima e dannosa per la salute dal controllo delle mafie che devono guadagnare e non hanno alcun interesse a salvaguardare la salute pubblica. Mi sento di condividere quanto Pannella diceva riguardo al proibizionismo; si tratta di parole universali, che valgono per qualsiasi divieto arrivi dall’alto e che intenda bloccare una prassi che invece è largamente diffusa: “Se tu vuoi vietare l’esercizio di una facoltà umana praticata a livello di massa, tu fallirai e sarai costretto all’illusione autoritaria del potere che colpisce il ‘colpevole’ e lo colpisce a morte”.

Intervista di Agnese Rapicetta

Foto di Barbara Ledda

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