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“Morfina? No, grazie. Preferisco la cannabis”

Anni di viaggi in tutta Italia mi hanno avvicinato alle difficoltà, al dolore e alle speranze di persone che hanno deciso di inserire la cannabis nel loro piano terapeutico, nonostante gli ostacoli nell’utilizzarla “legalmente” in Italia. Un lungo cammino, che intreccia immagini ed esistenze umane, che ho deciso di racchiudere in un libro fotografico, “I volti della canapa”.

Oggi, grazie a BeLeaf queste storie trovano voce in una nuova rubrica dedicata alla cannabis terapeutica, che prende lo stesso nome del libro e affronta il tema non solo dal punto di vista dei pazienti, ma anche ascoltando i pareri di medici, farmacisti, ricercatori ed esperti del mondo della cannabis.

Con la speranza che le testimonianze dirette e un’informazione aggiornata sulla situazione italiana possano aiutare a fare chiarezza su una materia ancora controversa.

La storia che ho scelto per inaugurare questo nuovo cammino è quella di Osvaldo. Un paziente, un caro amico, un uomo coraggioso, che oggi purtroppo non c’è più. Sarebbe stato molto felice e orgoglioso di questo spazio e avrebbe sicuramente brindato ad esso col suo motto “Viva la Vita”!

Irene. Così la chiamava Osvaldo

Irene era la macchina per la dialisi, un apparecchio poco più grande di una stampante che Osvaldo teneva su un mobiletto accanto al letto. Dieci ore, ogni notte, per quattordici anni, Osvaldo dipendeva da quella macchina che gli curava l’insufficienza renale. Aveva 51 anni prima di andarsene, ex operaio, dalla vita frenetica e movimentata.

Sieropositivo dall’età di 22 anni per tossicodipendenza, inizia un calvario di cure con medicinali molto forti proprio per curare l’Hiv. Cominciò con quattro pasticche al giorno di azidotimidina (AZT) per sette lunghi mesi. Poi decise di smettere perché si sentiva molto meglio: riusciva a lavorare senza difficoltà e a svolgere una vita normale. Per dieci anni non ebbe complicazioni e non dovette più assumere alcun farmaco.

Un giorno, però, iniziò ad avere problemi renali e le visite, purtroppo, gli evidenziarono un peggioramento del virus. Dovette allora ricorrere, di nuovo, a cure con retrovirali. In pratica pasticconi molto forti – ricordava Osvaldo – delle vere e proprie bombe che doveva assumere, associate, anche più volte al giorno pur di individuare la cura più adatta al suo stato.

Ma i reni non miglioravano, forti dolori a mani e piedi lo costringevano a stare a letto, continuava a perdere appetito e peso e gli antidolorifici iniziarono a presentare i loro effetti collaterali: nausea, vomito e diarrea, che lo portarono a pesare addirittura 45 Kg.

L’unica cosa che restava da fare era la dialisi.

Tre sacche da cinque litri ciascuna di liquido peritoneale a base di bicarbonati o zuccheri che entravano nel suo corpo restando in circolo per trenta minuti. Questo liquido faceva il suo dovere di pulizia del sangue e poi veniva espulso. E si ricominciava: quattordici volte, nelle dieci ore notturne che Osvaldo trascorreva accanto a sua moglie Catiuscia, scrivendo poesie o guardando la tv

La macchina della dialisi, Irene, sua alleata e seconda compagna di vita, lo salvò e gli permise di svolgere un altro tratto di vita abbastanza normale.

Ma Irene non era l’unica compagna di viaggio di quel periodo. C’era anche la cannabis. A un certo punto della sua storia clinica entrano infatti in gioco le qualità curative di questa pianta che Osvaldo conosceva bene da anni.

Ne aveva provato gli effetti benefici sul suo corpo, ma non sapeva abbastanza sugli aspetti terapeutici. Non immaginava che grazie alla cannabis avrebbe potuto eliminare molti altri farmaci.
In ospedale, durante uno dei ricoveri per i problemi ai reni, i dottori gli avevano proposto anche la morfina, ma mai la cannabis.

Anche la morfina era una sostanza che Osvaldo aveva conosciuto da giovane e purtroppo ne conosceva bene anche gli effetti. Un alcaloide naturale appartenente alla classe degli analgesici oppioidi il cui più pericoloso effetto collaterale è rappresentato dalla sua potente azione depressiva sul centro del respiro.
“Quando i medici non hanno più una risposta, ti danno la morfina” mi diceva riassumendo un comportamento troppo spesso frequente negli ospedali. “La morfina dà assuefazione, ha pericolose ripercussioni sulla psiche dell’individuo, vista la sua capacità di indurre stati carenziali o di astinenza” mi spiegava.

Osvaldo la rifiutò e chiese ai medici di potersi curare con la cannabis.

Non fu semplice. Non trovò alleati tra i medici, né informazioni valide. E così, come spesso accade a molti altri pazienti italiani, si vide rifiutare la prescrizione medica trovandosi di fronte a un muro di ignoranza.

Ma Osvaldo lottò e riuscì ad abbattere quel muro. Cercò notizie su internet, entrò in contatto con le realtà sensibili all’argomento che pian piano nascevano in Italia, cercò informazioni, sostegno di altri pazienti che la utilizzavano. Così, dopo tre anni di sit-in, dibattitti, incontri e presidi al Senato, raggiunse la sua personale vittoria ottenendo la ricetta medica per curarsi con la cannabis. Ottenne anche l’apertura presso l’allora Istituto Ortopedico Toscano di Firenze, del centro di terapia del dolore.

Da quel giorno Osvaldo cominciò a curarsi presso l’ospedale di Firenze con Bedrocan (infiorescenza di cannabis che arriva dall’Olanda). Inizialmente doveva recarsi in Ospedale, dove gli venivano somministrate le prime due tisane da 0,5 mg e il resto lo prendeva a casa. Successivamente gli bastava tornare in ospedale una volta ogni 30 giorni soltanto per prendere la fornitura mensile che poi utilizzava a casa: 2,15 gr di Bedrocan, con Thc al 22%, che Osvaldo fumava o assumeva come tisana.

Negli ultimi tempi, prima di morire, non la fumava più ma la vaporizzava.

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