Un messaggio a tutti gli operatori del settore: uniamoci nella lotta per libertà e diritti

Riceviamo e pubblichiamo questa lettera di Marta Lispi indirizzata agli operatori del settore della cannabis con l’intento di stimolare un dibattito aperto e costruttivo. Forse gli interessi, la storia e le opinioni personali sono diverse ma l’obiettivo è sicuramente comune: lotta ai pregiudizi e al becero proibizionismo.

Cari operatori del settore,

il sit-in dell’11.06.2019 è stato un momento di passaggio importante, difatti abbiamo vissuto un passaggio storico: dall’attivismo ai diritti dei lavoratori, dalla famiglia cannabica all’apertura alle televisioni, le immagini degli operatori sono state diffuse su ogni canale tv e online. Data l’importanza storica dell’evento mi sento di trarre delle conclusioni puramente personali in merito a come sono emerse le voci, i volti e gli eventi di quella mattinata intensa.

Nel 2017 il boom della cannabis light ha determinato la nascita di una nuova era cannabica, mentre inizialmente pensavamo fosse un bene per il comparto, negli ultimi due anni abbiamo avuto momenti contrastanti in cui gli operatori del settore sono stati in balia delle correnti istituzionali per sopravvivere economicamente anziché guidare la loro lotta civile.

In effetti, dalla nascita della Cannabis Light in poi, si sono create due correnti contrapposte: la prima composta dalla popolazione del Mondo Cannabico che stava cercando di riqualificare l’immagine della pianta di Cannabis, termine scientifico. Il secondo, composto da coloro che hanno visto nella Canapa, termine industriale, un mercato fiorente e un ottimo investimento. All’interno di questo sottoinsieme a scopo di lucro si sono distinti coloro che hanno “creduto nella causa” e coloro che hanno “scommesso” a qualsiasi costo.

Appartenere al mondo cannabico prima della cannabis light era una militanza che spingeva alla conoscenza autonoma, allo studio indipendente, alla passione travolgente che ti faceva sentire parte di una realtà libera, ecologica, concreta, parallela. La visione della pianta era limitata alla comunicazione e la conoscenza privata, poeticamente simile ai cantastorie. Se accoglievi la verità avevi preso la pillola blu di Morfeus e avevi deciso di non berti il proibizionismo.

Gli operatori del settori impiegati in fiere e attività di promozione della cultura verde a cui si sono legati, erano “antiproibizionisti” nel senso più profondo e completo. Parlare di alimentare e cosmesi, tessile ed edile era un modo come un’altro di comunicare una visione più ampia della quotidianità, era il modo di far uscire gli italiani dalla caverna di Platone.

Costoro sono sempre stati costretti a rinunce personali in nome dei diritti collettivi. Spesso rinunce legate ai propri affetti, beni e libertà personali.

Nelle associazioni di categoria ante-242/16 possiamo trovare parte di questa storia italiana. L’esercito di cannabici che ha portato avanti l’immagine della cannabis nel rispetto dell’interezza della pianta, degli usi tessili, alimentari, terapeutici e ricreativi dalla fine degli anni 90 al 2016.

Non a caso le lotte antiproibizioniste sono nate dai “pazienti”, i quali con pazienza hanno rivendicato i propri e gli altrui diritti.

‘La morte delle fiere di settore’ è stata determinata da più fattori, primo tra tutti la priorità del commercio fruttuoso a discapito dell’onestà dell’immagine completa e la restituzione storico culturale della Cannabis, a vantaggio della Canapa Light. Secondo fattore, il proliferare di queste nuove figure commerciali prive di volontà di progresso sociale.

La popolazione della cannabis rispetta la pianta come dono della natura, conoscere le sue proprietà intensifica la consapevolezza nel prossimo della sua sinergia con l’uomo. Questa è la differenza tra la prima e la seconda categoria di operatori, tra i primi però ci sono militanti-commercianti che hanno onorato la pubblicazione della foglia a punte dispari per sdoganare i muri dell’ignoranza. Aprire un grow-shop prima del 2016 era un atto di militanza per l’antiproibizionismo. La categoria che ha ottenuto maggiori fini sociali sia collaborando all’aumento del PIL sia informando i consumatori e gli avventori con le loro attività commerciali sono stati i commercianti che sono nati con lo stesso spirito di rivoluzione sociale.

La cannabis light, è stata la speranza degli attivisti di sfondare la barriera mentale del proibizionismo e la scommessa dei capitalisti di incrementare i loro incassi. Dove è prevalso l’interesse economico sull’obiettivo comune di libertà sociale: il rispetto del consumatore è stato surclassato dagli incassi, il rispetto dell’attivista è venuto meno quando hanno valso più i soldi, il rispetto della pianta è venuta per sillogismo.

Per fortuna, la moneta canta molto più forte delle masse di cittadini, anche perché è quasi impossibile riuscire a creare masse critiche consistenti nella nostra nazione, devastata culturalmente negli ultimi 25 anni. L’Italia è il paese più ignorante d’Europa e la decima nazione più ignorante al mondo, la tutela dei diritti civili e delle libertà individuali sono attività portate avanti da spiriti ribelli nel paese senza welfare, solidarietà istituzionale e attenzione alla soddisfazione personale nel rispetto reciproco. Non esiste accoglienza. Non esiste sussidio per le categorie svantaggiate, donne, bambini, anziani, malati inclusi. Il modus operandi istituzionale è ormai abitudine nel cittadino ed è frustrante per l’attivista.

Le problematiche quotidiane sottraggono energie alla tutela dei propri diritti, alla possibilità di informarsi e studiare quindi rendersi consapevoli.

Ad oggi la tutela del mercato della cannabis light è in essere per salvare i posti di lavoro e sarà portato avanti da chi già sa che dopo potrà avere una fetta di mercato.

Nel 2018 gli hempshop e i distributori ad essi legati erano sulla cresta dell’onda, con il risucchio della corrente causato dalla sentenza della Cassazione ognuno sta prendendo il suo posto nel tentativo di recuperare una posizione di vantaggio. Tra mille onesti lavoratori, come nelle migliori famiglie, qualcuno pensa a tirare su più acqua di quanta possa garantire la sopravvivenza del villaggio.

Costretta ad utilizzare metafore, il messaggio reale è quello che solo con l’unione si ha la forza di raggiungere i propri obiettivi. Anche se all’interno del movimento che si sta creando esistono figure contraddittorie, la consapevolezza che le motivazioni sono diverse salvaguarda la lotta per i le libertà individuali, l’antiproibizionismo.

Il movimento che si è creato successivamente alla suddetta sentenza è di natura propositiva, proteso all’Unione della categoria sotto lo slogan #LaCanapaCiUnisce. Tuttavia durante i raduni e le manifestazioni ci sono stati infiltrati di diversa natura, dalla digos a neonati-imprenditori-attivisti. Entrambe le categorie minano la serenità dell’onesto operatore che sta cercando di salvare il suo lavoro, ossia chi crede nella causa e sta perdendo tutto, inclusa la possibilità di dar da mangiare ai suoi figli.

L’operatore medio ama la Cannabis da prima della moda, ha deciso di scommettere su di essa come un visionario, credendo nel suo paese, nelle sue possibilità e nell’opportunità di svelare le verità verdi ai compaesani. Spesso rimpatriato, ha lasciato il suo lavoro per investire nella pianta da cui aveva avuto qualche beneficio. La verde speranza! Se costoro sono la vera forza motrice del movimento, genuina come ci si auspicava da decenni, queste famiglie italiane progressiste vanno tutelate!

Gli Operatori del settore devono distinguere la lotta civile da quella lavorativa, senza perdere mai il rispetto per se stessi, le proprie origini e i propri obiettivi.

Il terrorismo psicologico a cui siamo stati sottoposti per anni e che ora si aggrava perché proviene anche dalle viscere del comparto stesso rischia di complicare le condizioni per la riuscita dell’antiproibizionismo perché demotiva alla partecipazione agli eventi collettivi.

La diffidenza data dalla contraddizione degli intenti non dovrebbe arrestare l’avanzata della verità, della giustizia e della civiltà a favore di migliorie future.

L’11 c’è stato il passaggio di staffetta l’antiproibizionismo nel senso arcaico del termine si è scisso dalla Cannabis Light che ha una sua identità, lavorativa, commerciale, sociale da tutelare. A fronte di tutto ciò il messaggio è:Unitevi nella lotta più bella, quella che cambia la storia, quella per le libertà e i diritti civili!

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