Superare il vuoto normativo della 242? La nuova infiorescenza che fa discutere il settore

Il settore della cannabis light sta vivendo un momento di profonda incertezza. Da una parte le motivazioni della sentenza del 30 maggio non hanno chiarito lo spazio giuridico entro il quale si possono vendere le infiorescenze; dall’altra parte ci sono alcune sentenze (le ultime addirittura successive al giudizio della Suprema Corte) che sostengono sia possibile la vendita delle infiorescenze quando la percentuale di Thc è sotto lo 0,5.

E in tutto questo trambusto – in attesa che la politica metta mano a un problema che essa stessa ha creato approvando una legge incompleta come la 242 – l’intero settore continua a chiedersi come si possa sciogliere un groviglio del genere. Stimolare la politica? Scendere in piazza per far sentire la propria voce? Dialogare con i prefetti? Ognuno propone la sua e c’è chi, tra i produttori, sostiene di aver trovato qualcosa di momentaneamente risolutivo dal punto di vista legale. Di cosa si tratta? Di una soluzione “pratica”, che consiste nell’attribuire ai fiori di canapa una modalità d’uso consentita e normata.

L’attuale destinazione d’uso – tecnica, per collezionisti – è infatti vittima di un paradosso: da un lato non è vietata da alcuna legge (aspetto che ne fa ipotizzare una possibile vendita); dall’altro non è inquadrata in alcuna norma italiana (e questo, per alcuni magistrati, la renderebbe invece non commerciabile). Insomma, un contrasto che ne evidenza tutta la debolezza. Ci si aspettava chiarezza dalle recenti motivazioni della Cassazione, ma quel vulnus della 242 non è stato riempito. E l’incertezza nel settore è rimasta.

Per questo motivo l’azienda milanese MyJoy ha pensato, con la collaborazione del Consorzio Nazionale Tutela Canapa, di registrare la sua nuova canapa light con una destinazione d’uso diversa rispetto a quella attuale, ovvero come alimento per animali domestici. Un accorgimento “tecnico”, sostengono i produttori, che permetterà al fiore di canapa di diventare completamente inquadrato nella cornice legale italiana ed europea.

L’idea è stata presa in considerazione anche da altre aziende, come Canapa Montana e Cbd farm, ma allo stesso tempo ha suscitato diverse critiche da parte del settore. “Il mangime per gli animali ci porterà indietro facendoci perdere credibilità”, dicono sulla rete alcuni produttori e venditori che la giudicano controproducente, soprattutto in ottica di future battaglie antiproibizioniste. “Così si torna indietro allo 0,2%”, sottolineano invece altri, riferendosi al fatto che la nuova infiorescenza non dovrà superare quella soglia di Thc per poter rientrare nella destinazione d’uso scelta.

Non starà certo a noi giudicare se la cosa danneggi o aiuti il settore. Con questo articolo vorremmo semplicemente raccontare quello che sta accadendo. E la premessa da fare, forse, è che in un mercato aperto ogni azienda dovrebbe essere libera di fare la propria scelta commerciale. Ad alcuni potrà piacere, ad altri meno.

Certo, diverso è il discorso se dovessero venir fuori comportamenti scorretti. E a tal proposito registriamo la lamentela di alcuni che hanno parlato di concorrenza sleale: c’è chi sostiene che gli agenti della Myjoy vadano affermando come soltanto il loro prodotto sia legale, al contrario di tutte le altre infiorescenze che invece dovrebbero essere ritirate dal mercato. E se così fosse sarebbe anche grave.

Ma il cofondatore di Myjoy, Stefano Zanda, con il quale abbiamo parlato per approfondire il tema, assicura come le direttive date agli agenti commerciali siano ben diverse da quei comportamenti scorretti che sono stati segnalati. E fino a prova contraria gli crediamo, visto che BeLeaf vuole essere una rivista lontana dalle logiche del giustizialismo. (Seguiremo comunque gli sviluppi e se avete segnalazioni a riguardo inviatele pure a redazione@beleafmagazine.it).

Prima di approfondire i contorni di questa nuova infiorescenza, Zanda tiene a fare una premessa su come loro stessi siano i primi a considerare “non definitiva” quella soluzione: “Il nostro obiettivo (e la nostra speranza) è infatti l’allargamento delle maglie della 242, che prima o poi dovrà garantire la vendita. Proprio per questo crediamo possa essere utile lo studio sul limite drogante che abbiamo affidato qualche settimana fa a Eurispes, una ricerca (anche economica, non solo scientifica) sul settore, che potrebbe diventare un buon assist da offrire alla parte della politica meno proibizionista”.

Parliamo però del nuovo fiore. Zanda ne evidenzia la parte innovativa, ossia quel cambiamento della destinazione d’uso che ha permesso di lanciare sul mercato un prodotto normato, con regolamento europeo e con una legge specifica in Italia: “Si tratta di dare un vestito diverso alle infiorescenze, un vestito che viene accettato dallo Stato. E consideriamo questa soluzione la più efficace per garantirne la commerciabilità nel breve e medio periodo. Ma ripeto, nel lungo periodo speriamo (e ci impegniamo) affinché vengano cambiate le leggi. Sarà quello il vero punto di arrivo”.

Ma come può essere immune da sequestri se si tratta comunque di un’infiorescenza? Non temi che la polizia giudiziaria possa trattarla come tutte le altre, sequestrandola nei casi in cui gli orientamenti dei prefetti seguano una linea più aggressiva?
È un prodotto normato per la vendita. Ai rivenditori forniamo un dossier tecnico-giuridico completo che servirà ad evitare il sequestro. Detto questo è chiaro che nulla è insequestrabile, ci mancherebbe. Qualsiasi prodotto alimentare può essere sottoposto a sequestro. Ma nel nostro caso quei documenti consentiranno al Pm di chiudere immediatamente il procedimento aperto nel giro di pochi giorni. Evitando quindi le (grandi) spese per legali e consulenze di parte.

Ovviamente non basterà cambiare le etichette del packaging… Come devono essere prodotte le infiorescenze che avranno questa nuova destinazione d’uso?
C’è tutto un iter particolare da seguire. E questo, a mio giudizio, è anche l’aspetto che la rende perfettamente sicura dal punto di vista igienico. E di conseguenza vendibile”. “La registrazione in sede europea, che vincola i produttori a un rigoroso protocollo (come ad esempio l’obbligo di analisi di laboratorio approfondite, chi la produce deve richiedere l’autorizzazione all’Asl), la rende salubre e quindi meno attaccabile.

In questo modo ci saranno maggiori controlli su parassiti, infestanti, metalli pesanti e altre tossine, proprio perché il prodotto è considerato per uso alimentare, seppur animale. Al contrario, l’attuale uso tecnico permette invece di bypassare tutte queste verifiche (a volte costose). Giusto?
Esatto, è proprio quello il punto. Inoltre, con questa destinazione d’uso, i prodotti sono normati in libera vendita, quindi non servirà né scia né cambio del codice Ateco.

Quindi si potrebbero vendere anche nei comuni supermercati…
Direi proprio di sì. E non è il solo aspetto positivo. In primo luogo è importante che si cominci a parlare di alimento. Anche se ora la destinazione è per animali domestici, questo passaggio potrebbe essere un utile trampolino per arrivare all’alimentare per uso umano. Ma vorrei aggiungere un altro aspetto che reputo molto importante: non si potrà applicare un’accisa a un prodotto che è già normato e registrato in tutta Europa. E quindi se un domani si vorrà mettere un’accisa sarà molto difficile farlo su un alimento che è normato per la libera vendita. Dovrebbero fare una legge apposta.

C’è una questione, però, che ancora non ci è del tutto chiara. Una circolare del Ministero della Salute, diffusa lo scorso anno a proposito dell’uso di Cbd nell’alimentazione animale, citava testualmente: “Il Cbd non è autorizzato a livello europeo come additivo per mangimi, pertanto la sua incorporazione nei mangimi è vietata”.

Quella circolare è legata a una raccomandazione della Commissione europea del 2011 in cui si specifica che nella normativa animale
gli aspetti da considerare sui prodotti a base di Cbd sono sostanzialmente due. Il primo riguarda il fatto che non si può usare il termine Cbd nel claim, cosa che chiaramente evitiamo di fare; il secondo (quello a cui fate riferimento) è che non può essere usato come additivo. In pratica non si può aggiungere artificialmente, ma deve essere usato com’è in natura. Ed è proprio quello che accade con la nostra infiorescenza: non c’è alcuna aggiunta di cannabidiolo, solo Cbd presente naturalmente.

Dopo le motivazioni della Cassazione, alcuni Riesami hanno giudicato vendibile un’infiorescenza quando è sotto lo 0,5% di Thc. Probabilmente altri giudici seguiranno questa strada e magari l’intera magistratura applicherà del semplice buon senso, limitando le convalide dei sequestri. Insomma, la situazione potrebbe normalizzarsi da sola, anche senza l’intervento della politica. Che ne farete di questa nuova infiorescenza?
È chiaro che se l’attuale accanimento nei confronti della cannabis light dovesse venir meno, noi saremo i primi a festeggiare. Abbiamo anche altri prodotti che non hanno la nuova destinazione d’uso. Purtroppo, però, ad oggi non si può affermare che i sequestri in giro per il Paese siano terminati. Anzi. Quello che riusciamo a fare con questa nuova infiorescenza è eliminare l’ambito penale nella vendita. E non ci sembra poco.

Però si torna allo 0,2%, un passo indietro da questo punto di vista, non trovi?
Non è il massimo tornare allo 0,2, purtroppo però è questa la legge che c’è in tutta Europa. Ed è quello che si può ottenere ad oggi. Parallelamente stiamo investendo dei soldi in ricerche per poter dimostrare che nemmeno l’1% di Thc è droga. Ma ci vuole tempo.

One Comment

  1. CbdSmoker84

    Si hanno fatto questa cosa e dopo 2 giorni è uscita uscire una circolare che spiega che MAI si può vendere CBD come alimento per animali.
    Quindi MyJoy tornasse a prendere in giro i rivenditori vendendogli paglia a 9€

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