“La mia sfida per coltivare cannabis di qualità in Sardegna”. Parla Massimo Cossu di Canapa Sativa Italia

Canapa Sativa Italia nasce nel 2018 e ad oggi è la più vasta realtà associativa che si occupa di coordinare e supportare i protagonisti della filiera della Cannabis Sativa L. : produttori agricoli, appassionati, ricercatori, inventori, scrittori, legali, medici e professionisti di vario genere che per amore della pianta hanno iniziato a produrla e a ricomporre la filiera.

Canapa Sativa Italia raccoglie centinaia di virtuosi produttori con l’intento di rappresentare le loro intenzioni innanzi le istituzioni.

Nel 2020 in CSI abbiamo notato un cambio di mission, del quale hanno beneficiato tutti i soci: caratterizzato da partecipazione e confronto con il nuovo Direttivo e il Presidente Massimo Cossu, con il quale avviamo una serie di interviste: uno spaccato tra settore cannabico e attività associative.

Di cosa ti occupi nella vita lavorativa e come sei giunto al tuo status attuale?

Ho 31 anni, sono nato a Cagliari e ho seguito un percorso di studi scientifici, prima la triennale in fisica e poi la specializzazione in matematica applicata e nel mentre ho conosciuto la storia della cannabis perché ho vissuto in Spagna per 4 anni, dove mi occupavo di consulenze alla coltivazione e l’ho studiata approfondendola a livello teorico e pratico. Sono rientrato in Italia, casualmente pochi mesi prima dell’uscita di EasyJoint e da subito mi sono votato alla causa, sono infatti tra i soci fondatori dell’associazione Canapa Sativa Italia, 15 luglio 2018. Al momento vivo in Sardegna, dove sono titolare dell’azienda agricola mia omonima, dove ci occupiamo sia di coltivazione in ambiente protetto che in piena aria di Cannabis Sativa L.

Come è avere un’azienda che produce cannabis light in Sardegna nel 2020?

La mia azienda non è la tipica azienda sarda di canapicoltori, le aziende di solito coltivano qualche migliaio di piante mentre noi produciamo pochi chili in ambiente protetto e piccole quantità in piena aria, cosicché ci possiamo dedicare alla salubrità del prodotto. Piuttosto, quest’anno, abbiamo preferito avviare delle joint venture con altre aziende per aumentare i quantitativi senza perdere in qualità. La realtà è che la canapa in questi anni è cresciuta tantissimo, 2 milioni e mezzo di piantine e 1200 ettari coltivati solo in Sardegna quest’anno; in ciò, la regione ha un peso sull’economia nazionale del settore.

La stampa ci ha mostrato la cannabis light come un prodotto contestato e amato dagli italiani, una droga per San Patrignano e una soluzione per i trentenni stressati, il CBD come una manna dal cielo. Qual è la realtà su questo prodotto?

In Italia abbiamo moltissimi ettari coltivati a canapa, con diverse finalità per quanto concerne il prodotto finale da ottenere. Partendo dal comparto alimentare con farina, olio, semi, passando per l’uso fibra, bioplastiche, edilizia, fino ad arrivare alle biomasse da estrazione e le infiorescenze della c.d. cannabis light: sono solo queste ultime due a contenere CBD.

A causa di un grigio normativo non indifferente, le infiorescenze vengono vendute con le più fantasiose destinazioni d’uso non fornendo pertanto le giuste garanzie al consumatore finale che nella maggior parte dei casi le consuma.

La biomassa è a uso farmaceutico o cosmetico per la produzione di estratti e oleoliti ma è impossibile ottenere le autorizzazioni per gli agricoltori e l’intero mercato si sposta all’estero sull’estrazione che non è consentita in Italia se non a quelle pochissime aziende che ottengono il permesso dal Ministero della Salute. Ciononostante molte aziende potrebbero realizzare queste preparazioni autonomamente, a un livello paragonabile al grado farmaceutico, purché realizzate secondo dei protocolli di comune intesa. Una normativa chiara sarebbe sufficiente per tutelare il consumatore dai prodotti scadenti che circolano.

Il prodotto deve avere una destinazione chiara perché pregiudizi e dicerie sono alimentati dal grigio normativo. Eppure, in Italia siamo arrivati alla produzione di fiore elevato qualitativamente, sia dal punto di vista terpenico che di principi attivi, un fiore che rispetta i complessi criteri commerciali e i parametri sullo standard della cannabis a livello globale.

Il consumatore medio di cannabis light può essere una donna di 45 anni o un uomo di 38, ma questo è un dato puramente statistico: ossia il target può essere qualunque maggiorenne, senza distinzione di sesso, età, religione.

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