Quando era d’obbligo coltivare la canapa

Al termine delle imprese napoleoniche la canapa costituisce il fulcro dell’economia agricola. In Italia la superficie a lei destinata continua ad espandersi, raggiungendo, oltre la metà dell’Ottocento i 12.000 ettari, da cui si ottiene la produzione di 13.000 tonnellate di fibra, che, sottratta la quantità destinata all’autoconsumo, assicurano un introito bel e buono di 12 milioni di lire oro. Alla progressiva affermazione del vapore nella locomozione marina si affianca la diffusione della canapa che alterna annate dai ricavi favorevoli ad annate dall’esito economico parecchio deludente, tanto che, qualche voce inizia a levarsi dal mondo dei grandi proprietari e, manifesta l’inquietudine per la sicurezza degli introiti su cui si fonda la ricchezza della possidenza bolognese. Lancia il primo inequivocabile, grido d’allarme: la Società agraria.

Negli anni della Restaurazione la vita dell’associazione è altalenante, le riunioni si succedono con estrema irregolarità: tuttavia il sodalizio che riunisce i padroni dei campi di canapa si propone di verificare, con un’indagine economica, la convenienza della coltura, testimonianza eloquente dell’alterazione di un equilibrio che diverrà sempre più incerto, fino al precipitare della crisi che dissolverà la canapicoltura.

Trascorrono i lustri, la pianta conserva il ruolo di caposaldo dell’economia bolognese, ferrarese e modenese, ma il disagio di chi la coltiva è sempre più acuto: ad agronomi ed economisti appare chiaro che i mezzadri coltivino la specie tessile a costo di un immane dispiegamento di lavoro, e sobbarcandosi parte cospicua dei costi monetari, per trarne un compenso che non ripaga fatica e spese. I proprietari, che ricavano ancora dalla coltura un utile significativo, ribattono che se i mezzadri ci perdono coltivando la canapa, sono ampiamente ripagati dagli utili delle voci diverse del bilancio del podere. Il confronto diventa acuto, tanto che nel 1879 la Società agraria istituisce una commissione per lo studio dell’economia della coltura. I lavori si protraggono per tre anni, al termine dei quali si definisce una relazione che evidenzia il ruolo tradizionale della coltura nell’economia dei poderi bolognesi. “La maggioranza allora rifuggiva dal pensiero che una tale lucrosa, e, attraente coltivazione – scrive il relatore – potesse un giorno cadere in discredito; giacché quasi tutti serbavano come un culto per la tradizionale pianta tessile portata da loro in alto onore, tante erano le cure che le si prodigavano, non che dai proprietari con larghe somministrazioni di ogni sorta di concimi e con profondi ed accurati lavori, dagli stessi coloni mezzadri i quali facevano fra loro a gara per ottenere i più distinti morelli di canapa, la cui mercé potevano provvedere largamente ai bisogni della famiglia. Ma se tutto ciò fu vero in un certo periodo di tempo, forse per buona parte dei coltivatori di canapa non lo era più sin da quel giorno che, cominciarono a serpeggiare i timori della poca convenienza di questa coltivazione”.

L’asserzione che nel 1879 la maggioranza dei proprietari rifiutasse di riconoscere i segni di crisi della coltura pare smentire che sintomi di disagio si potessero manifestare già quarant’anni prima, una constatazione che imporrebbe di moltiplicare le ricerche per misurare l’entità precisa delle avvisaglie della crisi alla data del primo allarme. Nonostante la diversità delle opinioni, al termine del lungo confronto, la commissione si è accordata su un bilancio della coltura. Tra i criteri seguiti nella realizzazione del computo, di rilievo preminente l’opzione di considerare come inscindibili la coltura della canapa e quella successiva del frumento, che si avvale della fertilità residua lasciata dalla ricca concimazione praticate per la canapa. Dal computo appare evidente, peraltro, la ragione per la quale la coltura si è imposta come ragione di discordia tra proprietari e mezzadri, quei mezzadri che una volta, come abbiamo letto dall’enfatica prosa del relatore, ritraevano dalla coltura i mezzi per vivere in relativa agiatezza, che nel presente coltivano la pianta tessile in perdita. La ragione dello squilibrio negativo del bilancio appare chiaramente dai computi: la canapa ha occupato nei poderi bolognesi una superficie superiore a quelle che la famiglia contadina è in grado di coltivare, costringendo ad assumere manodopera salariata il cui costo grava prevalentemente sul mezzadro, che, seppure il proprietario contribuisca, in parte, al costo del lavoro, paga per ogni ettaro di canapaio assai più di quanto versi il proprietario. Contro le 398,16 lire per ettaro di spesa padronale stanno, così, le 497, 39 lire di spesa mezzadrile. Se nei due anni dell’avvicendamento canapa-frumento il proprietario perde, così 36,12 lire il mezzadro ne perde 100,10. Potendo imporre gli oneri maggiori al mezzadro, i proprietari costringono, alla stesura dei contratti, i mezzadri a coltivare la canapa l’estensione più ampia. I proprietari guadagnano ancora, perché possono addossare al mezzadro gli oneri maggiori della coltura: obbligando i coloni a coltivare un’estensione superiore alle capacità lavorative delle famiglie alterando i principi del contratto, fondato sul conferimento del podere e del lavoro, costringendo la controparte a pagare il costo di manodopera che essa non è più in grado di fornire.

Nonostante queste avvisaglie, nonostante questi primi forti, reali dubbi sulla pelle dei contadini, il mercato di Ferrara resta il più importante d’Italia, l’Inghilterra nel 1895 ha appena acquistato 135.229 quintali di fibra, al secondo posto la Germania (112 mila) e al terzo la Francia (102 mila). La qualità della canapa italiana non trova eguali, tutto sta nell’abilità dei canapicoltori a riuscire negli anni a venire a contenere i costi, evitando il tracollo dei prezzi. In che modo? Adottando delle strategie, che si traducono nella meccanizzazione delle operazioni possibili. Sostituire per la macerazione con un processo meno oneroso, un ettaro di terreno dovrà dare oltre 7 quintali di canapa cioè oltre la media nazionale. Adeguando la produzione alla domanda l’Italia conserverà nella canapa una fonte eminente di ricchezza agricola.

Stiamo parlando di una terra, l’Emilia-Romagna che ancora oggi è traino per la penisola intera grazie alle sue differenziate coltivazioni, alla gente dal carattere forte che ha saputo rialzarsi dopo i terremoti, la pandemia del coronavirus, una terra che trae i suoi profitti dal turismo e dall’inconfondibile cucina: tortellini in brodo, spuma di mortadella, gran fritto misto alla bolognese, cotoletta alla bolognese (prima fritta in strutto poi immersa in brodo di carne, la si ricopre con una abbondante fetta di prosciutto e una generosa manciata di parmigiano reggiano), la torta degli addobbi (latte, riso, zucchero caramellato, uova, mandorle, cedro candito, liquore di mandorla amara, cannella, chiodi di garofano). E questo solo per rimanere nell’area bolognese, di cui si parla nell’articolo. Ma basta allagarsi un po’ e si è inondati da migliaia e migliaia di prodotti tipici: Aceto Balsamico di Modena IGP, Albicocca Val Santerno di Imola, Amarene Brusche di Modena, Cardo Gigante di Romagna, Castagna di Granaglione, Ciliegia di Vignola, Grana Padano DOP, Melone mantovano; e poi, famosi in tutto il mondo: la Piadina Romagnola e la Coppa di Parma.

L’articolo è un’accurata rivisitazione da: Carlo Poni, Silvio Fronzoni. 2005. Una fibra versatile. La canapa in Italia dal Medioevo al Novecento.

 

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