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Museo della canapa a Pieve di Cento

Sono esposte le testimonianze vissute, in primis dai contadini, che riguardano il trattamento di questa fibra naturale, dalle sementi al prodotto finito
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Museo della canapa a Pieve di Cento

Per ripercorrere la storia della canapa, della gloriosa canapa italiana dobbiamo tornare ancora una volta al centro-nord in Emilia-Romagna. Il nostro viaggio alla scoperta delle radici della nostra amata pianticella, questa volta ci porta a Pieve di Cento, in provincia di Bologna.

Il paese, vanta ben cinque musei, una pinacoteca, l’archivio storico notarile, quattro chiese, l’Ex Convento delle Clarisse e la casa della musica inaugurata nel 2017 alla presenza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

Oggi conta 7300 abitanti e dal XIII secolo, era circondata da un fossato e da un terrapieno fortificato con palizzata, con quattro porte in legno ad uso di torri armate.

Il fossato e il terrapieno furono smantellati alla fine del secolo scorso, mentre le porte, modificate nel corso del tempo, sorvegliano ancora adesso gli ingressi alla cittadina. Esse si chiamano: Cento, Ferrara, Bologna e Asìa.

Ad ovest, in fondo a via Garibaldi, c’è Porta Cento, la prima ad essere costruita in muratura (1337). Dopo il restauro, resosi necessario a seguito del terribile sisma del 2012 che l’ha resa inagibile, Porta Cento è stata inaugurata nella primavera del 2017.

Ad est, in fondo a via Gramsci, appare invece Porta Asìa (dal nome della vicina borgata Asilia), la più popolare delle quattro porte, ispiratrice di numerosi canti folkloristici. La sostituzione della struttura lignea con quella in muratura risale al 1342. Restaurata nel 1981, Porta Asìa ospita il Museo della canapa.

In esso vi sono conservate fotografie, documenti, attrezzi da lavoro, tutti donati dai cittadini, che testimoniano l’importanza della lavorazione della canapa nell’economia di Pieve fino agli anni Sessanta del Novecento.

Porta Asìa svolge la funzione di contenitore di “cimeli” che documentano la fonte economica più redditizia nel luogo: ovvero la lavorazione della canapa; iniziata nel centopievese, già alla fine del Quattrocento, qui la pianta aveva trovato il terreno ideale per la sua coltivazione, essendo questa zona dotata di una terra umida, ma non troppo e, leggermente sabbiosa. Essa è proseguita fino a che le leggi lo hanno permesso; questa attività coinvolgeva settori legati all’agricoltura, al commercio, all’artigianato e alle prime industrie locali.

Dire con precisione quando sia iniziata la coltivazione in zona è difficile, si sa che a Cento, negli statuti del Quattrocento, si parla già di canapa, ma anche di lino, la cui coltivazione fu abbandonata, secondo il Malvasia, a totale favore di quella della canapa, in quanto il lino depauperava troppo il terreno.

Nel 1809 le statistiche della Camera di Commercio registrano, nel dipartimento del Reno, dodicimila persone addette al settore canapiero di cui: 1000 uomini addetti alla graffiatura della canapa, 3500 uomini e donne, più di 500 ragazzi impiegati per cordaggi e tele e 1500 persone, attivi nelle manifatture.

Intorno alla metà dell’Ottocento nasce una diffusa attività di tipo “protoindustriale” che raggiunge le punte massime a Casumaro e a Pieve di Cento.

Centinaia di persone sono impiegate nelle attività tessili, esistevano anche diverse “cucitrici” oltre a tintorie che integravano la produzione del settore tingendo in prevalenza tela di canapa di colore azzurro. Era questo il colore del “rigatino” degli indumenti di canapa usati come abiti da lavoro.

Inizia anche una lunga stagione di mostre e fiere, nel 1856 a Roma parteciparono due ditte pievesi, Rizzoli e Gessi, entrambe premiate con medaglie d’argento.

Nel 1857, in occasione della visita a Ferrara, a Cento e a Pieve del Papa Pio IX, i ferraresi, per celebrare l’evento, allestirono una esposizione agricola-industriale dove risultarono premiati anche i pievesi Pacifico Rodondi per una “macchinetta da bozzoli” e la ditta Giovanni Rizzoli per l’alta qualità della seta. Un altro pievese partecipa all’Esposizione Universale di Torino nel 1881: è Francesco Sabbioni la cui ditta espone “corde assortite” e “tela da sacchi fioretto”. Sempre in questa occasione il fabbro pievese Davide Vezzani presenta due aratri dopo aver aderito ad altre manifestazioni a Londra nel 1862, a Firenze e a Ferrara, ovunque accumula premi e congratulazioni.

Questa realtà museale dunque è, in tutto e per tutto: il Museo con la “m” maiuscola dei pievesi. Un luogo caro, denso di storia che trasuda di ricordi. Lì sono esposte le testimonianze vissute, in primis dai contadini, molti dei quali ormai anziani, ma ancora in vita e che riguardava il trattamento di questa fibra naturale, dalle sementi al prodotto finito.

Sono visibili gli strumenti del mestiere, quelli usati dalle mani del contadino che la canapa la produceva, del gargiolaio che la raffinava, della filatrice che la trasformava in gomitoli di filo, della tessitrice che ne ricavava la tela. Ci sono attrezzi per la realizzazione del cordame.

Sono oggetti rudimentali, logori perché a lungo impugnati da mani forti, abili, nodose, instancabili; guardandoli sembra di vederli impugnati da mani esperte e affaticate, o di veder scorrere il sudore su quegli umili manici, in quelle corde ordinate, sopra quei pettini appuntiti. Quindi gli oggetti in esposizione sono tutti assolutamente originali, non sono né copie né riproduzioni per il pubblico.

Le guide del museo informano i visitatori del fatto che la canapa di queste zone era fra le più quotate, sia per il colore, sia per la robustezza della fibra.

Il lavoro legato alla canapa in tutte le sue fasi, era un’arte paziente, fatta di fatica, abilità, perizia, dedizione, esperienza; la canapa era una ricchezza che permetteva alla stragrande maggioranza dei pievesi di vivere e far vivere la propria famiglia; questo elemento vitale spronava anche l’orgoglio locale mirante ad ottenere un prodotto di alta qualità e pregio.

Oltre al guadagno si pensava anche a fornire un qualcosa di pregiato e utile, dietro a cui c’era stata tanta fatica, ma anche orgoglio e passione.

Il museo è stato inaugurato nel 1981 e dopo vari restauri si è arrivati al nuovo allestimento, inaugurato all’inizio del 2013, esso consente al visitatore di ogni età di ripercorrere la storia della coltivazione della canapa e in particolare la realizzazione del cordame, fase di lavoro che impegnò maggiormente i pievesi. In pratica ogni famiglia aveva almeno una persona impiegata in qualche fase della lavorazione della fibra.

La sua storia oltre che testimoniata dal ricco museo è anche raccontata in “A gh’è al dievel tra i canvaz” (trad.: C’è il diavolo fra la canapa), un’antica filastrocca emiliana, il primo documentario che ripercorre la storia della coltivazione della canapa nel territorio tra Bologna e Ferrara. Realizzato da Andrea Melloni, promosso e coordinato dall’Unione Reno Galliera e dal Museo della Civiltà Contadina – Istituzione villa Smeraldi,

“A gh’è al dievel tra i canvaz” è stato realizzato grazie al sostegno della legge regionale 18/2000 su progetto “Trame Identitarie” dell’IBACN – Istituto per i Beni Artistici Culturali e Naturali.

Bellissimo è il video con le interviste agli anziani del posto, arricchite da immagini in bianco e nero, le riprese sono state fatte all’interno del museo; 21 minuti di autentiche testimonianze di un tempo che non v’è più. Da provare la ricetta degli gnocchi con semi di canapa.

 

Lo potete vedere cliccando su:
https://www.comune.pievedicento.bo.it/scoprire-pieve/museo-della-canapa
Il museo, situato all’interno di Porta Asìa in via Circonvallazione Levante, è aperto su richiesta previo contatto con l’Ufficio Cultura dell’Unione Reno Galliera. Per info: 051 8904821 oppure cultura@renogalliera.it
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