Coltivare il seme della vita

Il paesaggio della canapa era caratterizzato dai maceri che entravano a far parte della vita quotidiana contadina nei periodi in cui non erano occupati dai fasci in immersione. Negli anni ’50 in Italia nei maceri si allevavano i pesci per le feste natalizie, mentre a fine estate ci facevano il bagno i giovani, come se fossero piscine olimpioniche e, d’inverno, quando ghiacciavano, ci scivolavano sopra, sperando che non cedessero. Infine, c’era il momento tanto atteso da tutti gli agricoltori: quello del ballo al termine del lavoro nei campi; dentro il macero, infatti, dopo il suo svuotamento veniva ricavata una pista da ballo in piena regola.

Il pittore italiano Giovanni Francesco Barbieri, più noto come il Guercino (1591-1666) aveva dipinto nel 1615 questo importante momento di vita agreste con una precisione fotografica, nell’affresco si vedono uomini e donne vestiti di bianco, intenti ad estrarre la canapa dai maceri. L’artista era stato soprannominato, così, perché aveva una accentuata forma di strabismo.

Tecnicamente l’affresco è caratterizzato da una scrittura veloce, si dice, composto per mezzo di piccole quantità di colore stemperate sull’intonaco fresco, in grado di definire, attraverso limitate e definite pennellate, tanto i fusti di canapa quanto i canapicoltori intenti nel lavoro.

Il tutto è avvolto da un cielo denso di tonalità pastello che esaltano i colori della terra e il pallore delle piantine, vero soggetto della composizione. È una tela molto famosa che si trova a Cento, in provincia di Ferrara nella Pinacoteca civica.

Ma a cosa serviva un macero? La principale operazione che si compiva al suo interno aveva lo scopo di disgregare il tiglio dallo stelo, senza diminuirne il peso, la forza e l’elasticità e, per tanti studi che siano stati fatti non si è mai riusciti a trovare un’alternativa, altrettanto efficace, per questa fase così delicata della lavorazione della canapa.

Le dimensioni dell’area erano le più varie a seconda della disponibilità, il rapporto canapa-acqua era di 1 a 40 con una profondità ideale di 230 centimetri, attorno agli argini c’era la banchina di circa 80 centimetri sulla quale si scendeva per la lavatura; qualche volta, le sponde erano protette da tavole di legno e da costruzioni in muratura. Il fondo era battuto con i residui e talvolta era pavimentato, tutto ciò garantiva sicurezza contro le perdite d’acqua, ma risultava costoso per cui non era alla portata di tutte le tasche. Attorno al macero si disponevano i sassi per affondare i fasci disposti a formare delle specie di zattere, essi pesavano dai cinque agli otto chili, per i maceri più grandi si arrivava anche ad una dotazione di 18 mila pietre con una perdita annuale pari circa al due per cento per via della loro rottura.

L’acqua doveva essere introdotta un mese prima della macerazione e non oltre la prima metà di luglio, le acque migliori erano quelle poco calcaree e povere di cloruri, altrimenti il tiglio sarebbe risultato ruvido, scuro e di poca resistenza, per quanto riguarda, invece, la natura del terreno in cui ricavare il macero, la tradizione insegnava che in una terra forte e argillosa si aveva un processo più lento che consentiva di ottenere una fibra più resistente e pesante.

La temperatura iniziale dell’acqua doveva essere di circa 15 gradi, i maceri diventavano buoni, dopo qualche anno dal loro utilizzo. Per il riempimento e lo svuotamento si usavano delle turbine, ma non erano rari i casi in cui si prelevava l’acqua a mano con dei secchielli.

Per affondare la canapa si formavano delle zattere di 30-40 fasci disposti a strati, ma c’erano anche zattere più grandi da 60-90 fasci.

Dopo aver disposto questi manipoli asciutti c’era il caricamento dei massi che avveniva in ugual peso sui due fianchi e con il massimo del carico al centro. Un’operazione molto delicata che svolgevano gli uomini più giovani che rimanevano anche dieci ore con le gambe in ammollo e qualche volta, purtroppo, causa un caricamento errato, le zattere si spezzavano, si aprivano a metà e bisognava ricominciare daccapo.

I fasci erano poi assicurati con delle corde per evitare che si scompaginassero ed esistevano delle tecniche codificate in modo ben preciso per le quali occorreva grande esperienza ed abilità.

Il carico dei sassi doveva garantire che la zattera rimanesse affondata almeno 10 centimetri nell’acqua e “l’aggrondatura” doveva avvenire nel minor tempo possibile per evitare lo sballottamento dell’acqua.

La macerazione occupava dai 7 ai 9 giorni di cui uno per l’affondamento e un altro per l’estrazione. Per l’immersione il momento ideale era di buon mattino, per l’estrazione, invece, si doveva aspettare la sera. Se la risorsa idrica era scarsa e la stagione calda, questo intervallo di 7-9 giorni poteva abbreviarsi, mentre si prolungava anche fino a due settimane se l’acqua era fredda e il periodo stagionale umido e particolarmente piovoso. Si eseguivano due macerazioni e talvolta anche tre, ma questo terzo passaggio era sconsigliato, poiché il risultato non era dei migliori. Fra una macerazione e l’altra si doveva cambiare 20-30 centimetri d’acqua.

La canapa posta a macerare produceva un odore molto sgradevole, che si sentiva da lontano, così i vecchi dicevano ai nipotini che si lamentavano che quello era l’odore… dei soldi.

Al quinto o sesto giorno si entrava nel macero e si toglieva un fascio a fior d’acqua e uno dal fondo di ogni zattera per esaminare se era scomparso grande parte del colore verde e se il tiglio si staccava dalla bacchetta con facilità. Se ciò avveniva, allora, si poteva procedere con l’estrazione e i manipoli erano disposti ritti a formare delle capanne coniche. Quindi, si aspettava la loro asciugatura solo di un paio di essi. Il colore ottimale dava il via all’estrazione completa di tutte le altre mannelle (o mannelli). Per eseguire l’operazione si faceva lo “sfondamento” ovvero lo scarico dei sassi dalle zattere e ciò era spesso fonte di malumori fra i canapicoltori, perché se i massi cadevano sul fondo bisognava andare a recuperarli tardando la tabella di marcia. Lo scarico si svolgeva verso sera per continuare la mattina seguente con la lavatura che si faceva slegando le mannelle e sbattendo energicamente gli steli tre o quattro volte sull’acqua. Il povero contadino svolgeva questo lavoro immerso nell’acqua putrida e doveva alzare con gran forza quegli steli appesantiti dall’acqua, uno sforzo non da poco. Come periodo siamo in piena estate. Poi i mannelli venivano avvolti su se stessi. Quando erano asciutti si riunivano a 4 a 4 per formare dei fasciatelli che venivano messi sotto tettoie e porticati per ripararli dalle intemperie, in mancanza d’altro andavano bene anche dei recinti, quindi, si controllava l’asciugatura e l’eventuale presenza di muffe.

Ad asciugatura perfetta si procedeva con tutta una serie di operazioni: la scavezzatura o frantumazione (si spezzavano i canapuli per separarli dalla fibra detta tiglio), la gramolatura se la scavezzatura non fosse stata sufficiente, l’agguazzamento ovvero la distesa sull’aia dei manoni, la messa in morello (i manoni disposti in magazzino su stuoie), poi bisognava occuparsi degli scarti, quindi, della vendita (altro momento delicatissimo, dalle cascine si andava ai consorzi) e, infine, si pensava ai semi per la prossima coltura e si ricominciava. A coltivare il seme della vita.

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