Cannabis. Dopo il referendum, che fare?

E così il referendum si è fermato di fronte alla torre d’avorio di Piazza del Quirinale, al quinto piano del Palazzo della Consulta. Nelle motivazioni si conferma una decisione che rifiuta di confrontarsi con le argomentazioni “eretiche” presentate dal Comitato promotore, e che si adagia comodamente su quelle del Comitato per il no. Le basi, del resto, sono comuni: una lettura dogmatica non solo delle tre convenzioni sulle droghe ma financo del Testo Unico sulle droghe (sic!). Unica “novità” rispetto alla conferenza stampa del Presidente Amato è che è stato messo su nero su bianco che in effetti i promotori non si erano sbagliati di tabella: il comma 1 interessa anche la cannabis, ma solo “indirettamente”. Su quell’”indirettamente” ci sarebbe da stendere un pietoso velo, se non ci fossero le 13.559 persone denunciate per cannabis all’autorità giudiziaria solo l’anno scorso (il 10% per coltivazione) che qualcosa da ridire, insieme ai loro avvocati, probabilmente ce l’avrebbero. Senza ripetere qui quanto già scritto e detto dal Comitato Promotore (le cui note sono reperibili su referendumcannabis.it), la decisione invece di valutare i requisiti di ammissibilità si è allargata a giudicare preventivamente, e con pregiudizio ideologico, la normativa di risulta. È importante invece fare alcune considerazioni, politiche come politica è stata la decisione della consulta.

Riguardando indietro a questi mesi, risulta doveroso segnalare lo stigma che si continua a dover affrontare in questo paese quando si prova a parlare con pragmatismo e razionalità di legislazione sulle droghe. Per farlo dobbiamo tornare un attimo indietro di qualche anno: i meno giovani fra i lettori ricorderanno i referendum sull’acqua pubblica del 2011. Raccolte milioni di firme sotto lo slogan “Acqua Bene Comune”, passarono agevolmente lo scoglio dell’ammissibilità. Eppure, il primo quesito chiedeva la cancellazione della remunerazione in tariffa del capitale investito dal gestore del servizio (che non era condizione necessaria al processo di ripubblicizzazione), il secondo, udite udite, interveniva sulle modalità di affidamento di tutti i servizi pubblici locali: dal gas ai rifiuti, non solo del ciclo dell’acqua. Nessuno in quella sede si azzardò anche solo a suggerire una discrepanza fra la volontà dei promotori e il dettato referendario. Ricordo che ci provò in campagna elettorale qualche renziano della prima ora, ma fu zittiti presto da quella volontà popolare che purtroppo poi rimase carta straccia nell’applicazione concreta. Nella recente esperienza referendaria, il fatto invece che si ipotizzasse la depenalizzazione della coltivazione ad uso personale di piante diverse dalla cannabis è stato immediatamente strumentalizzato. Pur chiarita la portata del quesito dai promotori sin dall’inizio del percorso, sulla questione si è aperto un bizzarro dibattito, con tanto di fuoco amico, che è arrivato a temere la trasformazione dell’appennino nella selva colombiana. Addirittura, su questo punto il Presidente della Corte Costituzionale Amato ha centrato il suo intervento mediatico “chiarificatore”, adombrando una possibile distonia fra la campagna referendaria ed il suo reale oggetto. Due pesi e due misure. Si chiama stigma: agito con violenza sui diritti costituzionali dei cittadini, proprio da chi dovrebbe tutelarli.

Guardando al futuro prossimo è necessario sbloccare in qualche modo la stasi parlamentare. Al momento in cui scriviamo la proposta di legge Molinari-Magi-Licatini è ancora ferma in commissione Giustizia alla Camera. Il Presidente della commissione, nonché relatore Perantoni non è ancora riuscito a mettere in votazione gli emendamenti. Prendiamo atto della recente dichiarazione di Letta, rispetto all’accelerazione del suo iter, scontando che il PD sul tema non si è dimostrato, per così dire, affidabilissimo. Solo un passaggio in aula entro la primavera lascerebbe il tempo per l’approvazione entro fine legislatura. Sempre che poi al Senato ci sia una maggioranza favorevole, cosa tutt’altro che scontata. Ma c’è un’altra strada: fra poche settimane sarà on line la piattaforma pubblica per la raccolta firme digitali su referendum e leggi di iniziativa popolare. Uno strumento che permetterebbe sia di tentare nuovi referendum, anche se lo strumento pare quasi inutilizzabile vista la spada di Damocle della Corte, oppure proposte di legge su cui raccogliere centinaia di migliaia di firme per ribadire una volontà popolare che è ormai chiara ed evidente a tutti, al di fuori delle aule parlamentari. Se alla fine non la si ritenesse una strada percorribile, l’obiettivo del movimento, possibilmente più ampio ed unito possibile, dovrà essere di portare il tema della regolamentazione legale della cannabis ad essere centrale nella prossima campagna elettorale a gennaio 2023.

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