Un secolo per tornare al medioevo: dalle streghe a Patuanelli

Un nesso logico lega la cannabis alle erbe, le infiorescenze all’erboristeria, passando per la drogheria. La storia delle cure naturali tramandata dalle streghe ha subìto il proibizionismo della farmacopea moderna.

Le erbe sono per l’umanità una risorsa terapeutica. Nelle antiche civiltà preistoriche erano le donne ad adoperarsi per la raccolta delle erbe, avendo una propensione innata alla comunicazione con la spiritualità tramite la natura. La medicina tradizionale cinese, nata nel III millennio a.C. è la più antica testimonianza di naturopatia, dove già è presente la cannabis medica. Le Herbariae erano coloro che si occupavano di raccogliere erbe e lavorarle per la preparazione di cibi e di rimedi naturali per la persona. Nel diritto romano erano coloro che si occupavano di “facere cum herbis”, erano le custodi delle “virtutes herbarum” e agivano nel rispetto assoluto di Madre Terra.

Erboristeria, la conoscenza dell’erba. Weed= erbaccia

La storia di medichesse, farmaciste, raccoglitrici, guaritrici, levatrici che utilizzavano aglio, peperoncino, belladonna, alloro, iperico, artemisia, salvia, lavanda e cannabis è giunta sino a noi. La conoscenza erboristica delle “streghe” è ancestrale e inesauribile tanto che Paracelso (1493-1541) sosteneva di aver imparato più da loro che dai libri di Ippocrate e Galeno. Gli infusi, i macerati, i suffumigi, sono abitudini risalenti alle guaritrici del Medioevo, quando la medicina della natura rispetto alla farmacopea popolare risultava già più empatica, dolce e non invasiva per la persona, decisamente più adatta alle applicazioni quotidiane.

Per l’ingresso ufficiale della cannabis nella medicina occidentale dobbiamo attendere il 1621 quando Robert Burton ne parla nel suo “Anatomia della Malinconia” (The Anatomy of Melancholy). Nel XVI secolo, invece, furono introdotti gli oppiacei come analgesici, mentre nel 1872 fu avviata l’applicazione endovenosa con l’impiego del cloralio idrato. L’uso di analgesici e barbiturici prese piede mezzo secolo dopo, quando il dott. John Silas Lundy utilizzò per la prima volta il tiopentale, un barbiturico conosciuto anche come “siero della verità”. La farmacopea moderna è, infatti, orientata sui processi di sintesi chimica, prodotti dai costi minori e dai risultati immediati, anche se, non affrontando la “guarigione” come un processo olistico, influiscono negativamente su altri sintomi.

L’avvento della naturopatia nella cultura occidentale

Negli ultimi anni abbiamo assistito alla presa di coscienza del consumatore che tutela la sua salute modificando il suo modo di vivere molto più simile a quello pre-consumistico di un secolo fa. In Italia, all’inizio del‘900 l’alimentazione includeva derivati di canapa, piante officinali, pochi grassi saturi e batteri, fondamentali per un fisico sano. Sulla scelta degli ingredienti in cucina, in Europa, inficia anche la presenza del Novel Food, ossia “un alimento che non era stato consumato in misura significativa dall’uomo nell’UE prima del 15 maggio 1997, quando è entrato in vigore il primo regolamento sui nuovi prodotti alimentari”. Il Novel Food sembra essere l’equivalente della registrazione di un farmaco.

La Pfizer investe in cannabis medica, mentre Patuanelli firma il decreto sulle officinali: qual è il futuro della naturopatia?

La sensibilità sociale verso scelte eco-sostenibili e le cure naturali ha influito notevolmente sulle vendite di farmaci, le persone che scelgono la naturopatia superano la metà della popolazione mondiale per questo l’OMS si sta impegnando a coordinare medicina tradizionale (MTC), sanitaria e fitoterapica. Dall’altra parte possiamo immaginare che Big Pharma dovesse recuperare il target perduto con la presa di coscienza del consumatore e di dover agire di conseguenza.

Nel dicembre scorso la Pfizer ha acquisito l’Arena Pharmaceuticals per 6,7 miliardi di dollari, azienda biofarmaceutica specializzata in cannabis medica fondata nel 1997 a San Diego, California. Nello stesso periodo si è concluso l’accordo tra Stato e regioni italiane sul Decreto Interministeriale che norma produzione, raccolta e lavorazione di piante officinali con la sottoscrizione del Ministro delle politiche agricole Stefano Patuanelli.

Il suddetto Decreto del 6.12.21 recepisce quanto disposto dagli articoli 1 e 3 del decreto legislativo n.75/2018 “Testo unico in materia di coltivazione, raccolta e prima trasformazione delle piante officinali”, a modifica del regolamento originale del 1931. Il Ministero, invero, si interessa nuovamente alle officinali dopo un secolo, il medesimo lasso di tempo dell’ascesa di analgesici e barbiturici, nonché del proibizionismo di Aisenger.

Il G.U. del 19 febbraio 1931, n. 41, definisce che per “raccoglie piante officinali (si) deve ottenere la carta di autorizzazione” (art.1) la quale può essere rilasciata solo su “parere dell’associazione sindacale fascista a cui il richiedente appartiene.” (art. 2.) Realtà fortunatamente scomparse con il regime che le ha istituite.

L’importanza del “fitocomplesso” e la raccolta delle spontanee

Le raccoglitrici erano esperte nel riconoscimento delle piante, un’arte perduta che si tramandava di madre in figlia. Il Decreto del 2021 aggiorna il patentino per la raccolta delle spontanee e impone l’essiccazione secondo i metodi GACP e include la cannabis sativa l. nell’elenco delle piante officinali. Una svolta storica poiché il florovivaismo non poteva essere la soluzione a lungo termine per la produzione di fiori terapeutici. Il riconoscimento del potere del “fitocomplesso”, presente nella ricerca scientifica, è implicito nel patentino che autorizza il conferimento delle raccolte di spontanee ad aziende cosmetiche ed alimentari. Le piante spontanee, infatti, hanno un fitocomplesso di valore superiore a quelle coltivate con metodo GMP (per la produzione di piante ad uso medicinale).

Il ministro Patuanelli ha marcato la tutela della biodiversità, lo sviluppo della bioeconomia circolare e gli investimenti per favorire nuova occupazione giovanile nella filiera primaria con un quadro normativo “innovativo a livello europeo per il comparto delle piante officinali, a beneficio delle moltissime aziende agricole interessate ad avviare un’attività”.

Il testo ha avuto ampia condivisione, sia sul piano tecnico che giuridico, “nell’ambito dei lavori svolti dal Tavolo Tecnico delle Piante Officinali istituito nel 2019 presso il Ministero delle Politiche Agricole”; oltre a fondarsi “sull’ approfondito lavoro di raccolta e analisi di dati scientifici, svolto da docenti universitari ed esperti degli enti di ricerca accreditati, con la collaborazione attiva dei rappresentanti delle istituzioni coinvolte, degli ordini professionali, delle associazioni dei produttori agricoli, delle imprese del settore e dei rappresentanti delle regioni”.

Sono le basi per la creazione di un libero mercato o la costruzione di limiti invalicabili per piccole aziende?

Il Decreto officinali accentua la parvenza di farmaco del prodotto naturale. Ci sono differenze tra un prodotto industriale e uno artigianale eppure le richieste per la commercializzazione di piante officinali e prime lavorazioni prevedono una lunga burocrazia che limita la possibilità di azione, dall’etichettatura ai laboratori per i vari usi produttivi ognuno con la sua certificazione. Il principio del tempo balsamico della pianta viene meno con la chimica di sintesi che è ben lontana dalla stagionalità e dalla presenza di batteri necessari per lo sviluppo del fitocomplesso.

Il timore permane poiché negli anni abbiamo visto proibire piante come l’aloe dalla Commissione Europea nel 2021 con il REGOLAMENTO (UE) 2021/468 del 18 marzo 2021 che modifica l’allegato III del regolamento (CE) n. 1925/2006 del Parlamento europeo e del Consiglio per quanto riguarda le specie botaniche: aloe, rabarbaro cinese, cassia angustifolia (senna) e la frangola. Quattro piante note nel mondo erboristico applicate nelle preparazioni di tinture, decotti e sciroppi dalle proprietà lassative.

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