Canapa campana fra ricordi e riprese

In una vasta area compresa tra Napoli e Caserta per secoli si è coltivato canapa, grazie a tutta una serie di fattori quali: la fertilità del terreno, il clima secco, la presenza di manodopera e la disponibilità d’acqua. Ma prima di arrivare ad aver terreni adatti si è dovuto ricorrere ai lavori di bonifica, in quanto c’erano acquitrini e stagni infestati da zanzare portatrici di malaria, che impedivano qualunque attività agricola.

Nel 1592 c’è stato il primo intervento di bonifica conclusosi vent’anni dopo, tuttavia la scarsa manutenzione dei canali ha vanificato gli sforzi e le acque sono tornate ad essere infette e malsane. Nel corso del Settecento con Carlo di Borbone sono stati introdotti nuovi metodi di coltivazione e sono state compiute opere di modernizzazione come la creazione di canali. Con l’abolizione del sistema feudale, l’uso delle acque fu dichiarato libero, così i contadini si affrettarono a dissodare il suolo e a scavare per allargare i maceratoi già esistenti o a crearne di nuovi a colpi di vanga.

La realizzazione della rete stradale in aggiunta, rese più agevole il trasporto delle merci.

Nel XIX secolo la canapicoltura ebbe grande diffusione non solo in Campania, ma in tutto il Mezzogiorno, divenne il mestiere che scandiva le vite agresti, a tal punto che, le cerimonie religiose come matrimoni e comunioni, ma anche affari di una certa rilevanza, venissero spostati in periodi più tranquilli, quando il lavoro nei campi richiedeva meno impegno.

Per tutto l’Ottocento i metodi erano ancora quelli classici: macerazione, raccolta, essicazione.

Il raccolto in genere cadeva intorno al 20 di luglio, si formavano degli alti covoni messi sui terreni ad asciugare sotto i caldi raggi del sole, confidando anche nell’influenza lunare, considerata benefica. Si tagliavano poi le cime e, quindi veniva messa a bagno nei maceratoi. Gli addetti si chiamavano lagnatari o fusarari e lavoravano in condizioni a dir poco miserevoli.

Ma non tutti i coltivatori possedevano vasche di macerazione, per cui numerosi erano coloro che li affittavano o andavano a macerare presso “canali naturali”, come: il Carbone, l’Aurno e il Melaino. I maceratoi naturali erano ad acqua semi-fluente e tutti situati sul corso dei Regi Lagni. Essi sono il risultato di opere di canalizzazione e bonifica iniziate nel 1610 dagli spagnoli. Le continue inondazioni del fiume Clanio, da cui deriva il termine Lagno, infatti, tormentavano le popolazioni locali e impedivano lo sviluppo urbanistico sin dall’epoca pre-romana. Terminati in sei anni, i Regi Lagni sono canali rettilinei che raccolgono acque piovane e sorgive convogliandole dalla pianura a Nord di Napoli per oltre 56 km da Nola verso Acerra e quindi al mare.

La canapa, una volta estratta dall’acqua e lavata, veniva poi portata ad asciugare un’altra volta e, infine, immagazzinata. Seguiva la maciullazione con la gramola. L’operazione di maciullatura, molto faticosa, era fatta dagli uomini in alcuni paesi del napoletano (Caivano, Frattamaggiore ecc.) e dalle donne residenti nel casertano (Portico, Macerata Campania, Marcianise). Dopo la maciullatura, avveniva la spatolatura, che si faceva battendo un attrezzo detto spatola, su un mazzo, al che seguiva la legatura in fasci.

La fibra raccolta dopo la pettinatura era destinata alla produzione di cordame o trattata per riempire i materassi, sovente veniva lavorata dalla stessa famiglia contadina che l’aveva coltivata e raccolta, e che successivamente provvedeva anche a filarla e a tesserla. Il risultato era una tela rozza destinata all’uso domestico o portata nei mercati, dove veniva in seguito venduta al sud: in Puglia, Calabria e in Abruzzo.

Prima del 1851 la canapa rientrava in un ristretto numero di merci che veniva esportato insieme alla lana, liquirizia, seta, olio e al grano. Le esportazioni aumentarono in maniera significativa a partire dal 1838 fino al 1855.

Nel 1841 fu fondata a Sarno una fabbrica per la filatura e la tessitura meccanica del lino e della canapa, al suo interno c’erano 170 telai e 800 operai assunti. Un ventennio più tardi, in occasione dell’Esposizione italiana di Firenze del 1861 fu considerata la più importante d’Italia. La fabbrica di Sarno produceva tele pregiate come: asciugamani, fazzoletti, servizi da tavola e tessuti ricamati.

Anche a Frattamaggiore sorse uno stabilimento per la produzione di sartie e gomene per la marina e cordami e spaghi per esser venduti in tutta la penisola e in Oriente, dove venivano impiegati per la pesca dei coralli.

La canapa per secoli è stato un prodotto strategico per l’industria navale. Questa materia prima, infatti, impiegata già in Età classica, unitamente al lino, divenne a partire dal Medioevo l’unica fibra utilizzata nelle corderie e, dal XVI secolo costituì un materiale fondamentale per la realizzazione delle vele di galeoni e vascelli.

Purtroppo la Seconda guerra mondiale portò alla rovina dei campi e al termine del conflitto dei 30 mila ettari che c’erano, se ne contavano poco più della metà, si invocarono così i sussidi, gli interventi governativi. Il grido d’aiuto rimase tuttavia inascoltato e nulla arrivò nelle mani dei canapicoltori, a farne le spese furono le famiglie, ma anche la canapa stessa che perse di qualità, i prezzi furono ribassati, seguirono scioperi, proteste e manifestazioni, ma non valsero a niente e il settore entrò in decadenza.

Fino a quando nel 1953 fu istituito il Consorzio nazionale produttori di canapa (CNPC), posto sotto il diretto controllo del Ministero dell’Agricoltura, ma poco cambiò nelle vite contadine, preferendo qualche anno più tardi, destinare i canapai alla coltivazione del tabacco. Più redditizio e meno oneroso per i proprietari dei campi.

A farne le spese, ancora una volta fu la povera gente, che si ritrovò disoccupata, ma anche l’ambiente circostante, perchè i canali che alimentavano i maceratoi si prosciugarono non venendo più utilizzati, gli addetti, infatti, abbandonarono le campagne, tanto più che il Consorzio nazionale produttori di canapa fu sciolto e si creò una situazione di mercato a cui i piccoli coltivatori non erano preparati, rendendoli per questo vittime delle speculazioni del libero mercato di industriali e intermediari privi di scrupoli.

Il declino della canapicoltura campana portò a forti emigrazioni e profonde e laceranti depressioni in diversi settori.

Dagli anni Sessanta a Positano sulla costiera amalfitana è tornata la lavorazione locale di lino e canapa, uniti al ricamo e all’uncinetto, i prodotti artigianali che emergono da mani esperte sono molto richiesti dai turisti italiani e stranieri, un tocco in più ad un luogo meraviglioso.

Nel 2009 grazie ad Assocanapa, la nostra amata pianticella è tornata a crescere a Caivano, in provincia di Napoli su due ettari di terreno dopo ben trent’anni dall’ultimo raccolto. Un progetto cooperativistico e di filiera corta per un adeguato sviluppo imprenditoriale che parte dal desiderio di reintrodurre la coltivazione della canapa rivisitando un mestiere antico in chiave moderna.

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