Siccità: cambiamenti climatici e responsabilità politiche

I cambiamenti climatici sono oggi eventi percettibili connessi alle nostre abitudini quotidiane: il caldo asfissiante dell’estate 2022 con temperature superiori ai 40°, gli incendi spontanei, la siccità, la grandine, la proliferazione di cavallette e le trombe d’aria, ossia la vetta pungente della montagna dell’emergenza ambientale in atto. Il Climate Clock (https://climateclock.world/) segna poco meno di 7 anni alla fine del mondo. Gli imprenditori agricoli sono ancora più preoccupati, vivono il cambiamento e si sentono disarmati.

Le migrazioni climatiche sono in crescita: il rapporto Groundswell della World Bank prevede che la crisi climatica potrebbe causare la migrazione 216 milioni di persone entro il 2050. Il rapporto dello scorso anno, tra l’altro, sottolinea che con l’attuazione immediata di politiche ambientali mirate la scala della migrazione climatica potrebbe ridursi di quasi l’80%.

Proviamo a capire quanto inficia la responsabilità politica sulle catastrofi climatiche che gli agricoltori stanno vivendo tragicamente e se si poteva o si può fare qualcosa.

L’Italia, fanalino di coda nell’attuazione di normative dedite all’ecosostenibilità, non sembra in effetti preoccuparsi del settore primario per eccellenza: l’agricoltura. Una situazione complicata condivisa globalmente che prevede interventi geopolitici su tutti i livelli istituzionali. L’allarme siccità, accolto dal Mipaaf con decreti in tutte le regioni, ha limitato l’utilizzo delle risorse idriche ma non ha risolto il problema, soprattutto a lungo termine.

Niccolò Bianchi, Agronomo dell’Ordine dei Dottori Agronomi e Forestali di Firenze, è conscio del fatto che il problema siccità è sia “climatico” che “politico”, inoltre ci ricorda che: “il terreno italiano è facile che sia ricco di argille e quindi ha scarsa penetrazione dell’acqua  dovuta alle proprietà fisiche dell’argilla e alla loro risposta a lunghi periodi di siccità.” La situazione meteorologica attuale, quindi, va inquadrata nel caso specifico della penisola, infatti: “il dilatarsi dei tempi tra una pioggia e l’altra e l’aumento dell’intensità delle precipitazioni – chiarisce il dott. Bianchi – comporta che gli eventi piovosi di grande intensità causino erosione, poiché il terreno argilloso e secco non riesce ad assorbire l’acqua. La scarsa frequenza di precipitazioni inoltre aggrava le condizioni dei terreni argillosi, favorendo il fenomeno dello spaccamento del suolo e quindi la ridotta permanenza dell’acqua sul terreno: fenomeno necessario perché l’acqua penetri in profondità e nutra le.”

Una catena difficile da spezzare: caldo e siccità

Come evidenziato dai dati NCEP/NCAR Reanalysis della a National Oceanic and Atmospheric Administration (NOAA) un muro anticiclonico bollente ha bloccato l’accesso alle perturbazioni che hanno aggirato le regioni settentrionali per riversarsi nell’Europa Orientale. L’assenza di acqua nel terreno rende la vita delle piante una lotta alla sopravvivenza, così come per l’ecosistema formato anche dagli animali da pascolo. L’innalzamento della temperatura del terreno causa incendi e surriscalda l’aria, ne risulta quindi un ambiente ostile per la fauna, inclusi gli umani. I cani al parco non hanno più l’erba per agevolare la digestione, gli insetti non hanno più dove proliferare, gli insettivori restano senza cibo, i torrenti sono asciutti e le piogge sono bloccate dall’aria calda, temperature record nelle città metropolitane povere di verde e ricche di asfalto e cherosene.

Siccità: l’erosione della vita

“Per noi esseri umani “siccità” – spiega il dott. Niccolò Bianchi – significa che stiamo erodendo le riserve di acqua che normalmente dovremmo avere.” Lo stato attuale degli eventi è ancora al margine per essere considerabile recuperabile in quanto: “Per semplificare – prosegue Bianchi – ipotizziamo che la specie umana abbia a disposizione un serbatoio d’acqua da 130 unità (100+30 di riserva) e che mediamente questo si riempia di 100 unità ogni anno grazie alle piogge. Se in un anno questo serbatoio si riempisse di sole 70 unità saremmo costretti ad utilizzare quelle 30 unità di riserva per sopperire alle nostre mancanze. Non è irrecuperabile se l’anno successivo la piovosità si recupera, in termini di riserve idriche, per cui la speranza è che nel corso di questo inverno e della prossima primavera si possano verificare i giusti eventi piovosi. Certo è che un protrarsi della siccità per un periodo di più anni potrebbe portare gravissime conseguenze non solo economiche, ma anche sociali.”

L’Europa rilancia: neutralità climatica entro il 2050

Una speranza condivisa dal Parlamento Europeo che si è impegnato per la regressione delle emissioni di gas serra (GHG). Nel 2008 l’Unione europea ha stabilito l’obiettivo del taglio delle emissioni del 20% rispetto ai livelli del 1990, le emissioni sono scese del 24% (https://www.eea.europa.eu/publications/annual-european-union-greenhouse-gas-inventory-2021entro il 2019 e del 31% entro il 2020, anche se ha influito in positivo la pandemia di Covid-19.

Con l’accordo di Parigi, l’UE si è impegnata a ridurre le emissioni di gas serra del 40% entro il 2030, rispetto ai livelli del 1990. L’obiettivo è stato innalzato nel 2021 al 55% (riduzione entro il 2030) con il rinnovato impegno alla neutralità climatica entro il 2050. (https://www.europarl.europa.eu/news/it/headlines/society/20180703STO07129/le-soluzioni-dell-ue-per-contrastare-i-cambiamenti-climatici)

Responsabilità politiche: la CIA lancia l’allarme

“E’ alle Regioni che lo Stato delega la gestione dell’agricola ambientale, queste stabiliscono la normativa agricola e comunicano con l’unione europea per la richiesta di fondi e la loro gestione. In generale si può dire che fino a pochissimi anni fa è mancato un vero supporto alla creazione di sistemi di raccolta delle acque (come invasi) sia pubblico, attraverso grandi opere, che privato, attraverso la promozione o il finanziamento di parte dell’opera.” riferisce Bianchi.

La CIA Agricoltori Italiani lancia l’allarme (https://www.ilsole24ore.com/art/la-siccita-mette-rischio-50percento-produzione-agricola-nord-AEAZRhgB) : per colpa della siccità è a rischio il 50% della produzione agricola del Nord Italia, riduzione tra il 30% e il 40% di cocomeri e meloni e del 50% di riso e soia. CIA e Confagricoltura di seguito puntano il dito sulla manutenzione delle reti idriche, ma anche una rete di nuovi bacini e invasi, diffusi sul territorio, per l’accumulo e lo stoccaggio di acqua piovana. La responsabilità del Governo è quindi rispetto al miglioramento del sistema di manutenzione e interventi strutturali.

“La politica non si sta impegnando al miglioramento delle infrastrutture assistenziali alla coltivazione” interviene Niccolò Bianchi “Adesso più che mai devono essere create in tempi rapidissimi!”;            L’impressione è che ci siano interessi superiori legati all’utilizzo di energie fossili che vincolano l’Italia al ristagno tecnologico. Sono questioni geopolitiche che esulano dalla realtà del settore produttivo e dalla volontà di salvaguardare l’ecosostenibilità di un antico mestiere a stretto contatto con la natura: il contadino.

Le conseguenze sull’agricoltura

“Il problema principale è che si riducono le produzioni” così descrive la situazione attuale il dott. Bianchi: “Alcune colture sono proprio scomparse! Altre hanno beneficiato del caldo, ad esempio l’anticipazione della raccolta dell’uva e la coltivazione di frutti esotici. Chiaramente la maggior parte delle piante abituate alle nostre latitudini ha problemi legati alle temperature e alla siccità.”                                                              Nonostante Agosto abbia portato delle discrete precipitazioni in tutta la penisola l’agronomo ammette: “hanno attutito il problema ma la forte intensità non fa ben sperare relativamente all’accumulo. Dobbiamo sperare in eventi piovosi di minore intensità e maggiore durata.”                             I campi aridi hanno sofferto carenze, blocco delle crescite in vegetativa perché: “il caldo limita la fotosintesi delle piante e la vita nel terreno, questo peggiora sia la condizione di vita delle piante che la salute del terreno da cui si nutre” spiega il dott. Bianchi.

Il futuro: contadini senza terra! Idroponica.

“Il futuro dell’agricoltura ci sarà! – rasserena Niccolò – Persistono dei problemi da risolvere ma già si stanno attuando delle soluzioni, per quanto riguarda gli ortaggi sarà più semplice rispetto a quanto concerne un arboreto o un campo di grano. Questi sono dei limiti che ci sono, per i quali devono essere applicate delle soluzioni sul terreno per diversi altri anni, almeno 15 o anche di più.”

Abbiamo più di un decennio di crisi agricola davanti, nel frattempo i paesi del Nord Europa e Israele hanno ettari automatizzati ad idroponica in comodi prefabbricati. Israele è leader nella coltivazione fuori suolo e nella micropropagazione con un’esperienza trentennale. Nel 2020 in occasione di Ecomondo Digital, l’Ambasciata d’Israele e Confagricoltura hanno promosso un incontro sull’idroponica con il supporto dell’Israel Export Insitute come soluzione sostenibile per la riduzione di consumi di suolo e acqua.  “Questo tipo di coltura è efficiente sia per il risparmio energetico che idrico, sia per l’uso di fitofarmaci. Ci sono quindi dei vantaggi oggettivi” approfondisce il dott. Niccolò Bianchi “Inoltre, garantiscono una maggior resa al metro quadro rispetto a quello che si può avere nella coltivazione tradizionale in pieno campo (outdoor ndr)”.

In molti paesi dell’Africa l’idroponica artigianale con materiali di riciclo è stata la soluzione autodidatta di diverse persone. In assenza di suolo è stato l’unico modo per garantire del cibo autoprodotto e una forma di autoreddito.

La canapa salverà il mondo?

“La canapa è una pianta che di base ha un’alta resistenza alla siccità, però ha tutti i problemi che hanno le altre colture in caso di terreni particolarmente argillosi e con queste temperature.” Niccolò Bianchi è specializzato in cannabis sativa L. e nei suoi anni di esperienza ha vissuto la confusione dei canapicoltori, attratti da determinate caratteristiche della coltivazione tessile, vantaggi che decadono nel momento in cui il sesto di impianto è predisposto per il fiore. Difatti, la vasta estensione e l’intensità di semina della canapa industriale non è assimilabile a quella da fiore, molto più simile al pomodoro con necessità particolari come irrigazione e trattamenti. “Si va incontro, inoltre, a tutta una serie di problematiche successive alla fioritura come le muffe verso i primi di settembre” conclude il dott. Bianchi.

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