Termometro Medico Cannabico

Diamo una notizia che per noi non è più novità: la Cannabis è la medicina più antica del mondo, la materia prima più versatile della storia, la sostanza più assunta al mondo dopo nicotina e alcol. Eppure le difficoltà per i consumatori non sono poche, nonostante la scienza dimostri che non è poi così nociva come volevano farci credere, al contrario di nicotina e alcol che risultano essere, tra le sostanze, le prime che causano decessi. Nell’ultimo termometro abbiamo valutato i processi di legalizzazione nei cinque continenti, una disomogeneità latente con conseguenze nefaste, che non tutela l’uso della cannabis medica e i suoi assuntori, la libera scelta di cura per professionisti dello sport e non solo.

Prendiamo l’esempio di Brittney Griner, star del basket americano, arrestata all’aeroporto di Mosca e condannata a 9 anni dal tribunale di Khimki con l’accusa di traffico di stupefacenti, per cui ora sono in corso trattative Russia – Usa per lo scambio di prigionieri. Un’inezia se si pensa che ci sono ancora paesi nel mondo dove si potrebbe essere condannati a morte per traffico di cannabis.

Negli USA, ad esempio, la pena di morte è ancora in auge a livello federale anche se non viene applicata, allo stesso modo possiamo prendere la Malesia. Ci sono casi, invece, di esecuzioni, come in Egitto dove nel 2013 Charles Raymond Ferndale, cittadino britannico di 74 anni, è stato condannato a morte per traffico di cannabis.

In Iran, secondo il The Death penality for Drug Offences del 2018 pubblicato dall’ONG Harm Reduction International, tra il 2008 e il 2018 il governo ha giustiziato 3.975 persone che avevano commesso un reato relativo al possesso o alla vendita di droga. La Cina applica la pena di morte per detenzione, cessione, consumo di sostanze, ovviamente il tutto ha una chiarezza limitata poiché le informazioni relative a questa condanna sono classificate come segreti di Stato.

 Joseph Schooling, olimpico di Singapore, sospeso per una canna

 Singapore vieta il possesso, il consumo e la vendita di cannabis con la reclusione fino a 10 anni e una sanzione di 20.000$, il traffico viene punito con la pena di morte. Nel febbraio del 2021 Omar Yacob Bamadhaj, 41 anni, è stato condannato a morte per aver importato due libbre (circa un chilogrammo) di cannabis nel 2018. Il paese asiatico ha una normativa tra le più rigide, infatti vieta categoricamente il consumo di droghe ai suoi cittadini, sia che siano presso il proprio domicilio o all’estero non fa differenza.

Il proibizionismo è dannoso per le conseguenze che apporta nella vita dell’individuo. E’ notizia di questa settimana che Joseph Schooling, campione di nuoto in stile libero e prima medaglia d’oro olimpica di Singapore, è stato sospeso dalle competizioni dopo aver ammesso di aver consumato cannabis in Vietnam a maggio. Il 27enne è diventato un eroe sportivo quando ha vinto l’oro olimpico ai Giochi di Rio 2016:

“Ho dimostrato un cattivo giudizio e mi dispiace”, ha dichiarato pubblicamente. In molti si sono espressi a supporto del signor Schooling che ha perso il padre a novembre dello scorso anno: “Ho ceduto a un momento di debolezza dopo aver attraversato un periodo molto difficile della mia vita”, ha detto scusandosi per il fatto che le sue azioni hanno causato danni alla sua famiglia e ai giovani fan che lo ammiravano.

La cannabis medica a questo punto non è un problema sanitario, bensì politico e giudiziario. Fin dove la legge può vietare la natura e punire il consumatore di una pianta?

Ricerca e criminalizzazione: problemi globali per la cannabis medica

L’emicrania è la seconda causa di disabilità a livello globale, con più di 1 miliardo di persone in tutto il mondo che soffre di questa patologia cronica. I ricercatori dell’Università dell’Arizona hanno pubblicato da poco uno studio che supporta la cannabis medica come potenziale trattamento dell’emicrania.

Medical Cannabis for the Treatment of Migraine in Adults ribadisce quello che gli esperti e le precedenti ricerche affermano da tempo, ossia che esistono sia pro che contro nell’uso della cannabis medica ma data la positività dei risultati rilevati nel trattamento dei pazienti sono necessarie ed urgenti ulteriori ricerche.

La dott.ssa Cecilia Rosales, membro del gruppo di ricerca nonché preside associato e professore presso il Mel and Enid Zuckerman College of Public Health dell’Università dell’Arizona, ha preso parte al team di ricerca con cui ha esaminato 12 pubblicazioni, per quasi 2.000 partecipanti di età pari o superiore a 18 anni in Italia e negli Stati Uniti.

Lo studio ha evidenziato l’efficacia della pianta nel trattamento del dolore cronico ma la dott.ssa Rosales sa che l’incongruenza è nel conflitto tra legalità e consumo: “Poiché il governo federale continua a limitare l’uso della cannabis medica come sostanza del programma ai sensi del Controlled Substances Act, i medici esiteranno a usarla come farmaco alternativo”, ha spiegato. “La FDA (Food and Drug Administration) ha l’autorità federale di approvare i farmaci per uso medicinale negli Stati Uniti. Quest’anno, la FDA non ha approvato alcun prodotto a base di cannabis medica per uso clinico (solo prodotti derivati ​​dalla cannabis/correlati), sebbene molti stati abbiano legalmente consentito l’uso della cannabis per scopi medici”.

 Il dottor Medhat Mikhael, specialista nella gestione del dolore e direttore medico del programma non operativo presso lo Spine Health Center presso il MemorialCare Orange Coast Medical Center di Fountain Valley, in California, ha dichiarato al Medical News Today (UK):

Il mio obiettivo come specialista del mal di testa è che se voglio curare i pazienti per l’emicrania, uso farmaci che hanno il minor numero di effetti collaterali e non causano nessun altra sofferenza oltre all’emicrania”, ha spiegato Mikhael. “Non vogliamo usare regolarmente farmaci che possono causare un’intossicazione per uso abituale o altri effetti collaterali, perché è una conseguenza negativa che non vogliamo vedere. Sarebbe difficoltoso per il paziente e per i parenti affrontare un altro problema oltre al problema d’origine”.

La dottoressa Sherry Yafai, medico di medicina d’urgenza e specialista in cannabis presso il Providence Saint John’s Health Center di Santa Monica, in California, è della stessa opinione e dichiara al Medical News Today (UK): “C’è un articolo che delinea  questa teoria, ovvero che emicrania, fibromialgia e sindrome dell’intestino irritabile rientrano in un’unica gamma di diagnosi che potrebbero essere collegate al nostro sistema endocannabinoide come carente“, ha osservato. “E questo potrebbe essere il motivo per cui molti dei farmaci fino ad ora non hanno funzionato bene e perché l’emicrania può essere molto sensibile ai farmaci a base di cannabis”.

La dottoressa Yafai ammette che nei trattamenti con cannabis medica ci sono dei piccoli effetti collaterali (mai permanenti) tuttavia inferiori a quelli presenti con piani terapeutici farmacologici. Al contrario, un altro aspetto negativo della cannabis medica risiede nella sua legalità. La dottoressa Yafai ha spiegato, appunto, che le persone stanno vedendo buoni risultati con l’assunzione di cannabis medica come trattamento per la propria patologia, ma il loro lavoro, la scuola e i programmi atletici applicano spesso regole che ne impediscono l’uso.

Sempre più spesso si sente chiedere se ne vale o no la pena?” ha spiegato la dott.ssa Yafai “Per alcune persone, ne vale sicuramente la pena e sono disposte a correre questo rischio. E per altri non così tanto”.

Combattiamo gli stereotipi

Un nuovo studio si sta facendo largo per contrastare uno stereotipo che non ha basi scientifiche, ovvero quello secondo cui i consumatori di cannabis non sarebbero motivati ​​come tutti gli altri. Pubblicato sull’International Journal of Neuropsychopharmacology il 24 agosto, i ricercatori dell’University College London, dell’Università di Cambridge e del King’s College London hanno scoperto che la cannabis ha un legame limitato o debole con i sentimenti di apatia o di non provare piacere.

Il team ha confrontato 274 consumatori di cannabis adulti e adolescenti che avevano consumato almeno una volta alla settimana negli ultimi tre mesi, con non consumatori della stessa età e sesso.  A tutti i partecipanti sono stati somministrati questionari che misuravano i loro gradi di apatia insieme all’entusiasmo verso il completamento del loro lavoro. Lo studio ha rilevato che i consumatori di cannabis sembravano essere più in grado di divertirsi rispetto ai non consumatori, classificandosi leggermente più in basso nell’anedonia. Non c’era differenza tra i livelli di apatia di entrambi i gruppi. È stato anche rivelato che la frequenza del consumo di cannabis non ha avuto alcun impatto né sull’apatia né sull’anedonia.

“Siamo rimasti sorpresi di vedere che c’era davvero poca differenza tra consumatori e non consumatori di cannabis quando si trattava di mancanza di motivazione o mancanza di divertimento, anche tra coloro che usavano cannabis ogni giorno”, afferma Martine Skumlien.

“Questo è contrario alla rappresentazione stereotipata che vediamo in TV e nei film”.

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