La canapa a chiara lettere

Sono talmente tanti i testi del passato che parlano di canapa sotto mille sfaccettature, al punto che, per la prima volta in cinque anni mi vedo costretta a dividere in due parti questo articolo.

Si sono sbizzarriti gli autori dei secoli scorsi argomentando sulla cannabis, talvolta in maniera fantasiosa, senza fondamenta scientifica alcuna, taluna in maniera decisa ed esperta.

“Paradisi artificiali” del poeta francese Charles Baudelaire, per esempio, è un interessante libro sul consumo di vino, hashish ed oppio. Un testo sul vizio, sulla debolezza dell’uomo, sui suoi limiti e contraddizioni.

Lo scrittore ottocentesco parla del suo rapporto con le sostanze stupefacenti e l’arte, racconta dei paradisi artificiali e, di come questi possano trasformarsi ben presto in un Averno. Cioè in un inferno.

La prima parte del volume “Del vino e dell’hashish” (1851), oltre a decantare le gioie e i dolori del vino, mette a confronto i diversi “paradisi”.

“Il vino è sangue che pulsa nelle vene – dice – rinvigorisce la volontà, rende forti; ha una sua personalità. Chi beve solo latte è un uomo mediocre, superficiale, se non addirittura malvagio”.

Esclusivamente all’hashish è, invece dedicata la seconda parte dell’opera “Il poema dell’hashish”. Pur non respingendola totalmente, l’autore giunge alla condanna dell’hashish quale “sostanza del diavolo”, che porta sì all’estasi, ma corrode la volontà umana, divenendo talvolta una vera e propria arma per aspiranti suicidi.

Se l’ebbrezza del vino è conosciuta da tutti, l’hashish è sconosciuta ai più, quindi l’intento è proprio quello d’informare i lettori contemporanei. Mai avrebbe immaginato, dopo due secoli, che il suo testo sarebbe ancora stato attuale con persone affezionate al suo stile.

In esso si ripercorre la storia dell’hashish: gli effetti della canapa erano già conosciuti nell’antico Egitto, Marco Polo nel “Milione” narra di come il Vecchio della Montagna, dopo averli inebriati con l’hashish, rinchiudesse i suoi discepoli in un giardino, per far conoscere loro l’eden, e ricompensarli di un’obbedienza assoluta e passiva; Erodoto narra di come gli Sciiti gettassero sulle pietre roventi i semini di canapa e ne aspirassero il vapore.

Si narra di episodi di contadini francesi, che dopo aver falciato la canapa, avvertissero strani sintomi, e persino del comportamento euforico delle galline che avevano mangiato i semi di questa pianticella.

L’hashish inibisce la volontà, la capacità di muoversi: le pupille si dilatano e i colori diventano più nitidi.

Ma sia ben chiaro, ancora una volta: Baudelaire condanna l’uso delle droghe, sempre, senza se e senza ma. Da un punto di vista estetico, l’utilizzo di stupefacenti non agevola in nessun modo la produzione artistica, anzi è l’esatto contrario; il poeta si scaglia contro gli “utilitaristi”, i quali ritengono che attraverso l’assunzione di sostanze psicotrope, si possano potenziare le capacità pittoriche, niente di più falso, dice lo scrittore dei “Fiori del male”; essi dimenticano che la natura propria dell’hashish è quella di diminuire la volontà.

Il poeta francese analizza con lucido distacco queste sostanze senza abbandonarsi ad inutili compiacimenti convenevoli. Lo fa, avendo provato tutto in prima persona, frequentando il “Club de Hashischins” (Club dei mangiatori d’Hashish). La sua è un’esperienza diretta e di acuta osservazione, in quanto scrutava con attenzione coloro che gli siedevano accanto.

Sull’ile de Saint-Louis a Parigi, l’autore d’Oltralpe osserva gli effetti sugli artisti, sui filosofi e non sugli uomini comuni. Come a volerne giustificare un uso da parte del gotha in grado di estrarne il meglio.

La confettura verde, faceva tendere l’uomo all’infinito. All’epoca questa sostanza veniva mangiata sotto forma di decotto composto dall’estratto del fiore della canapa fatto cuocere con burro, oppio, pistacchi, mandorle e miele. Un’assurda marmellata da gustare abbinata a qualche tazzina di caffè. “Gli fa mescolare colori, suoni, immagini. Annulla persino il tempo”. Osserva Baudelaire.

Quando il paradiso si dissolve in una nube di fumo, ha inizio l’inferno.

Il sodalizio era frequentato come risaputo anche da Victor Hugo, Eugene Delacroix e altri mostri sacri di quel tempo.

Ma come si è arrivati a questo insolito salotto letterario?

Nonostante nei libri scolastici non si faccia mai alcuna digressione sull’importanza della canapa, è opportuno ricordare che dai tempi dell’impero Napoleonico (e ancor prima) la canapa fu una risorsa molto ambita, contesa dalle flotte britanniche e americane, tanto da provocare diversi scontri fra le varie nazioni.

In Francia vi giunse grazie alle truppe napoleoniche, in seguito alla campagna d’Egitto e un aspetto interessante è che, nonostante Napoleone durante la fine del 1700 avesse vietato l’uso della cannabis, il suo impiego si diffuse rapidamente in tutta la Francia. Tant’è che proprio i suoi soldati ne facevano regolarmente uso, sia attraverso il fumo sia attraverso l’assunzione di liquori a base di hashish.

La diffusione di testi provenienti dall’India sugli effetti benefici e gli impieghi esoterici e terapeutici della cannabis incuriosì la nobiltà francese, così medici ed artisti furono invogliati a sperimentare ogni cosa personalmente: da qui alla nascita del Club dei Mangiatori d’Hashish il passo è breve.

Il suo fondatore fu il famoso scrittore e critico Teophile Gautier, vissuto in Francia nella metà dell’Ottocento. L’antiquario e poeta Jean-Jacques Boissard viveva nella seconda metà del ‘500 in un bellissimo palazzo a Parigi, l’Hotel Pimodan, precisamente sull’isola di Saint-Louis e proprio in quei locali secoli dopo al piano inferiore Gautier, insieme a medici e scrittori come Alexandre Dumas, Honorè de Balzàc, e ai già citati Victor Hugo, Eugene Delacroix, Charles Baudelaire si riunivano, una volta al mese, per assistere da spettatori agli effetti della cannabis su chi ne faceva uso o per consumarla in prima persona.

Qui i soci, storditi dai fumi pesanti emanati dai narghilé e dalle pipe, venivano idealmente trasportati in giardini incantati.

Così il gusto romantico dell’irrazionale e la nuova visione decadente venivano soddisfatti con  sensazioni e imprevedibili trame di sogno o di incubo, l’immagine utopistica e assillante di quelle culture, pur fomentata dall’azione tossica della droga, diventava finalmente realtà.

Ma queste esperienze rimasero fini a se stesse oppure ne fruttò qualcosa?

È proprio grazie alla cannabis e a quel cenacolo parigino che oggi abbiamo la possibilità di leggere dei capolavori come “Paradisi artificiali” di Charles Baudelaire, “Il tempo degli assassini” di Arthur Rimbaud e molte altre opere ispirate, sembra, dagli effetti dell’uso della cannabis: poesie, novelle e racconti che vengono definiti come capisaldi della letteratura francese ottocentesca.

Ma andando a ritroso nel tempo si scopre che i sacerdoti di Osiride conoscevano già le virtù magiche e curative dell’oppio, e il celebre faraone Amenofis I ne faceva un grande uso personale. Le testimonianze storiche della presenza della droga nelle antiche civiltà non si fermano agli Egizi. Del papavero da oppio troviamo traccia nelle tavolette a scrittura cuneiforme dei Sumeri e poi nei basso rilievi del IX secolo a. C. Le sculture assire testimoniano la presenza nell’antica civiltà di un’altra droga: l’hashish. Ed è dall’assiro “Qounnabou” che i greci hanno derivato il nome kannabis diventato poi: canapa.

“È possibile affermare – scrive J. L. Brau nella Storia della droga – che tutti i deliri profetici degli oracoli e delle sibille dell’antichità fossero dovuti a casi di intossicazioni naturali, come a Delfo, dove le emanazioni di biossido di carbonio che uscivano da una fessura facevano cadere in trance la sacerdotessa Pizia”.

 

                                                                                                                                                (fine prima parte)

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