Quel che segue è l’intervista che feci nel 2012 a Pierluigi Gullino, agricoltore e commerciante per redigere la mia tesi di laurea triennale e, fu lui a raccontarmi per filo e per segno la nascita della sua azienda e relativa attività di vendita di prodotti a base di canapa sativa.
Ma essa contiene anche la storia della cannabis e la politica che vi ruota intorno.
La città di Chieri dista 21 chilometri da Torino e i residenti sono circa 36 mila.
Presso il centro commerciale “Il gialdo” ha aperto dal 2002 “Ecologia e natura”, una bottega che vende prodotti a base di canapa coltivata dagli stessi proprietari. Maria Teresa e Pierluigi Gullino hanno, infatti, un appezzamento di terra di 6000 metri quadri su cui seminano e raccolgono la canapa dal 1998. La pianta una volta essiccata viene poi lavorata presso un laboratorio di Andora, nel savonese, per preparare prodotti per la cura del corpo, oppure presso altri laboratori viene lavorata per ricavarci abiti e stoffe. Loro è il
marchio “Donna canapa”.
Hanno anche realizzato un francobollo raffigurante una contadina che con la falce si reca sui campi. Una sua gigantografia è esposta all’interno dei locali adibiti alla vendita.
Pierluigi Gullino, canapicoltore, di famiglia d’agricoltori, racconta la sua storia personale legata alla canapa.
“Ho iniziato nel 1998 a coltivare canapa; ho seguito l’argomento fin dall’inizio della sua avventura qui in Italia e ho iniziato quando c’era un grande entusiasmo, quando tutti credevano che la pianta riacquistasse il suo ruolo di protagonista nell’agricoltura italiana, l’importanza che aveva prima del crollo. Le cose non sono andate in questa direzione. La canapa nel 2012 viene coltivata, ed esiste un’associazione Assocanapa, che coordina il rientro di questa coltura; ha incontrato grandi difficoltà dovute al fatto che l’Italia, l’Europa e il mondo intero verso questa pianta nutrono ancora, una sorta di amore e odio, è una pianta controversa di cui tante persone dicono bene e altrettante ne dicono male, piano piano i primi stanno aumentando, perché si è scoperto che la canapa è una pianta assolutamente ecologica, è una pianta storica che appartiene all’umanità.
Se fossimo dei maghi e facessimo sparire la canapa dalla storia sparirebbe buona parte dell’architettura, i ponti degli antichi Romani, le vele delle navi. Tutto. Questo per evidenziare l’importanza fondamentale che ha avuto nella storia dell’uomo. Per l’architettura, per esempio, perché qualsiasi sviluppo architettonico senza funi, né corde non si sarebbe potuto fare.
Ha avuto importanza nell’economia domestica rurale in quanto con essa si facevano vestiti e corredi per le giovani figlie. Ha avuto un’importanza strategica, senza la canapa non si vincevano le guerre, era fondamentale; per esempio, molti si chiedono perché Napoleone si sia impegnato in una campagna così rovinosa come quella russa, il motivo è presto detto, voleva aprire la “Via della canapa” per portarla in Francia, armare la sua flotta e sconfiggere gli Inglesi.
La campagna, come sappiamo, fu disastrosa. Questo per evidenziare che non è un optional o una pianta che si può accantonare, metter da parte, bensì è fondamentale. Come una gamba di un tavolo, toglierla dall’agricoltura significherebbe squilibrare l’assetto agricolo di una nazione o addirittura di un intero continente. La canapa era una pianta a rotazione per l’avvicendamento agricolo era decisamente rilevante perché, contrariamente ad altre colture, tende a portare humus al terreno, si adatta a tutti i territori, se dovessimo dire nel dettaglio: l’Italia è il paese della canapa.
Infatti, ne sono state trovate tracce dalla Valle d’Aosta alla Sicilia. Tutte le montagne piemontesi erano coltivate a canapa, i montanari la coltivavano, la tessevano, la lavoravano e così via nel resto della penisola. Perché nel corso dell’economia agricola era fondamentale, non si potevano avere altre fibre per fare sacchi, corde, lenzuola, vestaglie e, non per essere volgari: le mutande dei nostri nonni. Se non con la canapa. La canapa è rientrata in Italia nel 1998 per motivi non politici, né di carattere agricolo. All’inizio
erano tutti perplessi, comprese le forze più ecologiste, i Verdi, la sinistra”.
Com’è rientrata?
“È rientrata in modo magico io la definisco. Sembra che in questa pianta ci sia un’intelligenza intrinseca, come se decidesse lei come muoversi, come operare e in quali momenti. In effetti nel 1998 all’allora Ministro Michele Pinto fu inviata una lettera da Sosio Capasso, professore di scuola media superiore e suo amico d’infanzia. Nella missiva in tono confidenziale, chiese, dato che Capasso abitava a Frattamaggiore nel napoletano, di occuparsi della reintroduzione della canapa e di interessarsi presso le politiche
comunitarie che già allora chiedevano all’Italia di rientrare nella coltivazione della canapa. Pinto nominò una commissione di studi per vedere le possibilità che c’erano.
La commissione si pronunciò in modo favorevole, dicendo che si poteva coltivare. L’unica opposizione, strano a dirsi, fu fatta dai Verdi che ritenevano che fosse inquinante, tuttavia in qualche modo la cosa è stata definita.
L’Italia è rientrata usufruendo dei contributi europei disponibili e molto alti, almeno all’inizio per cui l’avvio è partito sulla base di un grande entusiasmo. Io stesso ho partecipato casualmente leggendo un trafiletto su un giornale, conoscevo già la canapa e tutte le sue espressioni. Così, ho iniziato a seminare la canapa e, ora sono già trascorsi 13 anni dalla prima semina. Un grande impegno, uno sforzo notevole, una grande avventura che ci ha portati i primi anni ad agire col fuoco, perché avevamo un sogno da realizzare: vederla tornare nei campi.
Speravamo nello sblocco totale di questa pianta che ha 50 mila usi, si può usare per risanare l’economia di un intero paese. I primi anni sono stati di grandissimo impegno poi col variare delle amministrazioni, dei governi di centro-destra questi hanno di nuovo demonizzato la pianta e calcato la mano sul proibizionismo.
Han fatto sì, che la categoria dei contadini non seguisse la canapicoltura, che si tirassero indietro, insomma. E, al momento rispetto all’inizio, siamo ad un numero di ettari inferiori rispetto alle speranze iniziali. Ciò non toglie nulla, la canapa supererà anche questo momento”.
L’attività piemontese sussiste tutt’oggi.






