Piccola guida alla resistenza sonora al Climate Change

Risponderemo alla minaccia del riscaldamento globale, sapendo che fallire su questo tema sarebbe tradire i nostri figli e le generazioni future. Qualcuno potrà ancora mettere in discussione le opinioni della stragrande maggioranza della comunità scientifica, ma nessuno può ignorare l’impatto devastante di incendi, siccità e tempeste

(Discorso d’insediamento di Barack Obama – 21 gennaio 2013)

L’abnorme aumento delle temperature registrato nell’ultimo secolo potrebbe devastare non solo gli equilibri ecologici e sociali del pianeta ma anche le speranze di immortalità di alcune tra le più belle canzoni del nostro tempo: come riuscirebbe Ma che freddo fa a sopravvivere in un mondo che non conosce altro che ondate di calore, come potrebbe Jim Reid dei Jesus & Mary Chain sostenere ancora di essere Happy when it rains quando la pioggia diviene sinonimo di alluvioni e fenomeni meteorologici estremi?

Politica e musica dovrebbero darsi una mano nell’indicare al pianeta la via d’uscita dal labirinto di scelte non ponderate e piani di sviluppo insostenibile nel quale ci siamo cacciati; al contrario, viviamo un momento storico nel quale la stragrande maggioranza degli esponenti di entrambe le arti sembra più interessata al puro intrattenimento che alla proposta di una nuova idea di mondo.

Di più, se la storia della musica d’autore è piena di memorabili ballate di protesta ambientalista, la resistenza sonora alla parte dell’opinione pubblica capeggiata dall’attuale Presidente degli Stati Uniti d’America, sempre pronta a definire il Climate Change «a hoax» (una bufala) in barba agli annosi studi della comunità scientifica internazionale, conta appena una manciata di canzoni.

La più nota tra le canzoni-simbolo dell’opposizione alle pratiche umane che hanno portato al pazzesco incremento delle temperature terrestri è senza alcun dubbio A Hard Rain’s A-Gonna Fall. Bob Dylan scrisse il pezzo nel 1962, in piena crisi dei missili di Cuba e con un decennio di anticipo sull’avvio del dibattito pubblico sul surriscaldamento globale, per farne una canzone di protesta contro la povertà e l’inquinamento: guidato esclusivamente dal suo proverbiale senso del destino, il futuro Premio Nobel non poteva immaginare di aver composto quello che l’ONU avrebbe scelto come inno della Conferenza di Copenaghen sui Cambiamenti Climatici del 2009.

La stessa Organizzazione delle Nazioni Unite tenterà nel 2015 di sostenere la resistenza musicale sul tema promuovendo un’iniziativa musicale ricalcata sul modello di We are the world e mettendo assieme star come Paul McCartney, Jon Bon Jovi, Sheryl Crow e Sean Paul per una canzone banale, senza particolari pregi artistici né successo, intitolata Love song to the Earth. L’ex voce e chitarrista dei Beatles porterà finalmente un serio contributo alla lotta tre anni dopo incidendo Despite repeated warnings, pezzo nel quale viene raccontata la storia di un capitano matto ispirato alla figura di Donald Trump che – nonostante ripetuti avvertimenti – porta la sua nave al disastro.

Se finora sono stati citati perlopiù ragazzi dell’altrieri è perché pochissimi tra i ragazzi di ieri e di oggi credono che le canzoni possano cambiare il mondo: lo spiega benissimo Thom Yorke in una chiacchierata del 2015 con lo scrittore George Monbiot riportata dal magazine culturale francese Télérama.

«Negli anni sessanta avresti potuto scrivere canzoni che suonavano come chiamate alle armi e avrebbe funzionato. Oggi è molto più complicato. Se scrivessi una canzone di protesta sul cambiamento climatico oggi sarebbe una merda. Non puoi cambiare la mentalità di qualcuno con una singola canzone, un libro o un’opera d’arte. Le cose accadono gradualmente e piano piano crescono sempre più», afferma il leader dei Radiohead durante la conversazione.

E allora, se le canzoni da sole non possono cambiare il mondo, i Radiohead hanno provato a mutarlo con il loro esempio, riducendo al minimo l’impatto ambientale dei loro mostruosi tour intercontinentali. È vero, il mondo non può essere cambiato dalle sole canzoni, ma Thom Yorke ha comunque tentato una piccola chiamata alle armi durante il Pathway to Paris Climate Change Concert tenuto nel Le Trianon della capitale francese, appena un mese dopo l’articolo di Télérama, cantando che “siamo della Terra/a lei torniamo/il futuro è dentro di noi/da nessun’altra parte”.

Il brano, intitolato The numbers e inserito nell’album dei Radiohead “A moon shaped pool”, è il più esplicito pezzo dedicato dal musicista britannico al tema, già affrontato in precedenza in Idioteque, Sail to the moon e nell’album d’esordio da solista “The Eraser”.

Ha ragione Thom Yorke: le sole canzoni non possono cambiarci la vita; tuttavia, perché non tentare?

PLAYLIST

  1.   Nada – Ma che freddo fa
  2.   The Jesus and Mary Chains – Happy when it rains
  3.   Bob Dylan – A Hard Rain’s A-Gonna Fall
  4.   AA.VV. – We are the world
  5.   AA.VV. – Love song to the Earth
  6.   Paul McCartney – Despite repeated warnings
  7.   Radiohead – The numbers
  8.   Radiohead – Idioteque
  9.   Radiohead – Sail to the moon

BONUS TRACKS

Cat Stevens – Where do the children play?

Neil Young – Who’s gonna stand up?

Andrew Bird – Tables and chairs

Beastie Boys – It takes time to build

Bad Religion – Kyoto now!

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