L’Italia di oggi vista dalla Giamaica di Alborosie

Legalizzazione, giovani e politica: a Milano per la presentazione di Herbalist, l’artista siciliano trapiantato ai Caraibi ci parla del suo ultimo disco (e non solo)

Incontriamo Alberto D’Ascola, in arte Alborosie, in un soleggiato pomeriggio di fine inverno a Milano. L’artista siciliano, ormai un’icona nel panorama reggae nazionale ed internazionale è in Italia per il tour legato al suo nuovo album, “Unbreakable”, l’ennesimo successo di una lunga carriera. Da anni vive in Giamaica, dopo un passato alla guida dei Reggae National Tickets, gruppo bergamasco in voga negli anni ‘90.

La presenza di Puppa Albo (è uno dei nomi con i quali è conosciuto, soprattutto Oltreoceano) a Milano è tutt’altro che casuale. Al negozio Mr. Nice di via Bertini, infatti, è in programma la presentazione di Herbalist, che oltre a essere il titolo di uno dei pezzi più celebri di Alborosie, è anche il nome della nuova infiorescenza esclusiva di Legal Weed, selezionata proprio dall’artista italo-giamaicano per il mercato mondiale. Proprio in questa occasione abbiamo approfittato per fare una chiacchierata con lui a 360 gradi, sul suo percorso musicale, sulla Giamaica, sull’Italia e anche sulla legalizzazione.  

25 anni di carriera, un traguardo importante e un nuovo album “Unbreakable” per festeggiarlo. Il riferimento è alla tua carriera inossidabile?

Il titolo non riguarda tanto me o la mia carriera ma la musica: è lei che è inossidabile. Sono convinto che la musica rimane sempre, sono le persone che vanno e vengono.

Che tipo di album è? Ci sono cover, tipo quella dei Metallica, che non ci aspettavamo, ti sei divertito a crearlo?

La mia strada è sempre il reggae ma volevo esplorare altre strade o meglio ‘ricette gastronomiche’. La mia base rimane sempre la stessa ma avevo bisogno anche di ‘assaggiare’ nuove cose che fossero diverse dalla solita zuppa quindi ho voluto, all’interno del genere reggae, portare anche esperienze diverse, come quella del metal. E’ sempre una sfida, a volte anche molto rischiosa, ma il risultato finale ci ha premiato. Il pezzo è piaciuto molto soprattutto negli Stati Uniti, in California, ma anche in Sud America, in Brasile e di questo non posso che essere molto contento.

Ora il tour in Italia, il tuo Paese. Che tipo di rapporto hai col pubblico italiano?

C’è un legame particolare: parliamo la stessa lingua, veniamo dalla stessa terra. Mi sento a casa, mi sento in famiglia.

Eppure sono tanti anni che vivi in Giamaica. Non è facile essere un artista reggae rispettato e apprezzato in quel paese così ricco di contraddizioni ma tu ci sei riuscito e non sei tornato in Italia, perché?

Il mio rapporto con quella terra e quelle persone è davvero stupendo. La Giamaica è sempre stata sempre sotto pressione, c’è sempre una sorta di amore e odio costante, anche a causa della marijuana. Ma anche se complesso è soprattutto un luogo meraviglioso. Ci sono dei posti che quando ci vai sono un po’ fiacchi, ecco la Giamaica non è così: lì c’è sempre qualcosa da imparare. E quando vai ti rimane sempre dentro qualcosa, forse è per questo che ho deciso di rimanere lì. Certo, devi essere una persona aperta di mente. Ma se decidi di andarci probabilmente hai già fatto quel passo di apertura che ti serve e che ti basterà per viverci bene.

E l’Italia? Come vedi il tuo Paese da fuori?

E’ un tema difficile su cui ci sarebbe molto da dire. Io vedo un Paese in confusione. Non posso far altro che guardarlo dall’esterno, osservarlo senza dire nulla. Perché è un momento molto strano, di transizione, non c’è niente di definito o di definitivo. Per anni ci siamo affidati ad alcuni personaggi, ora ce ne sono altri che si sono presentati come un’onda nuova con grandi promesse di cambiamento. Tutti hanno la ricetta in pugno per risolvere le cose, tutti sono ‘allenatori di calcio’ e danno le loro formazioni pensando di saperne più degli altri. Nessuno vuole più imparare né ascoltare. Io vengo da un’altra storia: vengo dall’Italia dei centri sociali, un mondo impegnato dove certi concetti, anche fra gli artisti, erano quasi un tabù. Oggi invece senti parlare cantanti e musicisti di capitalismo come se fosse la cosa più normale del mondo. E’ un Paese diverso da come l’ho vissuto io, forse è l’Italia dei nuovi giovani che a loro volta sono molto cambiati rispetto a come eravamo noi. Sono stati repressi per troppo tempo e ora hanno voglia di riprendersi il loro spazio divertendosi. Non li biasimo ma ci sarebbe bisogno di tornare ad interessarsi delle cose, anche nella musica.

Legalizzazione e Italia. Vorremmo fare dei passi in avanti e invece stiamo assistendo addirittura a dei passi indietro. Come se ne esce?

Oltre ai benefici pratici, penso all’aiuto che si potrebbe dare nella lotta alla criminalità organizzata e quindi alle forze di polizia, la legalizzazione nel nostro Paese porterebbe soprattutto un grande passo in avanti come apertura mentale, di cui ci sarebbe davvero bisogno. La cannabis è libertà. Ancora oggi in molti, per ignoranza, tendono ad accomunare la marijuana all’eroina o ad altre droghe pesanti. Ma non c’è niente di più sbagliato. Sinceramente non riesco a capacitarmi di come non si riescano a fare passi avanti verso la legalizzazione, mi sembra così assurdo e senza senso. Ogni tanto penso: ma se venisse un alieno sulla Terra cosa potrebbe pensare di noi? Stanno facendo di tutto, da anni, per marginalizzare e discriminare una pianta? Ma perché stanno messi così? Sono matti!

In questo cambio di mentalità necessario, la cannabis light può aiutare a sfondare il muro del proibizionismo?

Da qualche parte bisogna iniziare se si vuole andare da qualche parte.

Un’ultima cosa: tempo fa hai scritto una canzone che ha avuto molto successo “Mr President”. Oggi la riscriveresti?

Certo che sì, ma cambiando il nome! (la canzone era dedicata a Berlusconi, oggi secondo voi a chi sarebbe dedicata? ndr)

Per maggiori informazioni su Herbalist visita il sito www.legalweed.it

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