“Serve un salto di qualità, il sistema va messo in discussione”. Parla Fabrizio Cinquini

Abbiamo intervistato il “dottor cannabis”: “Dal punto di vista della terapeutica, l’Italia, sulla carta ha una legislazione avanzata. E’ il tessuto medico e culturale che non si è impregnato. Io credo che nei prossimi anni in Europa ci sarà una corsa a chi legalizza per primo. E noi la perderemo”.

Fabrizio Cinquini è un medico, un bravo medico. Ma non è un medico qualunque. Da anni non accetta i diktat di un sistema che impone da decenni modelli di cura che si sono rivelati incompleti, se non fallimentari. E per questo coltiva cannabis, alla luce del sole. Di qui il nome “dottor cannabis”. Di qui, però, anche una serie di problemi giudiziari, tra cui vari arresti, neanche stessimo parlando un narcotrafficante. L’abbiamo incontrato al Salone della Canapa di Milano per parlare di cannabis terapeutica e più in generale dello sviluppo di una nuova coscienza sulla cannabis in Italia. 

Dottor Cinquini, allo stato attuale le varietà di cannabis destinate all’uso terapeutico in Italia sono sufficienti a soddisfare le necessità? 

“Sono validi ma sono pochi rispetto a tutto ciò che può offrire il pianeta. È esploso un mondo in Israele, Canada, Oregon che potrebbe entrare anche in Europa e in Italia. Le faccio questo esempio: potrebbero bastare sei vini in Italia? Ne servono solo 6mila per soddisfare tutti i mille sommelier che ci sono”. 

Quali sono le differenze principali oggi tra l’Italia e resto del mondo?

“Sulla carta, dal punto di vista della cannabis ad uso terapeutico, siamo molto avanzati. E’ il tessuto culturale che non si è impregnato, una classe medica che doveva già essere sensibilizzata dai tempi del decreto Turco del 2006 e che invece ha preferito rimanere in un flusso di cura che è quello codificato dall’accademia. Che però è solo una delle mille voci opzioni che ti offre il pianeta. Ed è un sistema criticabile, anche per motivi ecologici, per motivi culturali e anche per i risultati incompleti”. 

E poi c’è un problema di produzione, sia del farmaco che della cannabis. 

“Esatto. Potremmo esportare in tutto il mondo però preferiamo essere venduti a un sistema che compra da svizzeri, tedeschi, olandesi, americani, canadesi. Almeno potremmo fare da soli, non solo per il farmaco ma anche per la cannabis. Attualmente la produzione italiana è un’inezia, circoscritta all’istituto farmacologico militare e a due soli cloni”. 

Alla luce di tutto questo, di cosa possiamo dire che ci sia assoluto bisogno oggi in Italia?

“Si dovrebbe partire dalla pubblica istruzione. Vanno riverificate le nostre strutture, bisogna osservare da dove arrivano le nostre ondate emotive. Questa società deve fare i conti con se stessa, ridurre quei vizi di cattiveria, di invidia, di paura, di avidità. Se lavori su quello, tutto il resto viene a seguire. Ma è tutt’altro che semplice. C’è un sistema che va cambiato, milioni di famiglie per ogni Paese avanzato che devono cambiare il loro stile di vita, rivedere il loro sistema economico e il loro sistema etico. E’ un lavoro che richiede generazioni”. 

Abbiamo detto che i farmaci tradizionali, negli anni, si sono rivelati tutt’altro che infallibili e tutt’altro che privi di effetti collaterali, anche pesanti. Quali sono gli effetti collaterali della cannabis?

“Sono personali. Ci sono persone che non riescono a lavorare. In realtà non c’è nessun tipo di controindicazione farmacologica. Ma è molto più sicura di un’aspirina”. 

Ci parli della sua esperienza con la giustizia. 

“Nel mio caso non sono stato tutelato. Ho trovato un crociato alle dipendenze di un altro crociato, che è voluto venire a casa, ha voluto sequestrare 105 chili di canapa legale solo perché c’era un ministro dell’Interno che l’ha convinto che anche quella andava combattuta. Ma a quasi 56 anni, con una mamma da curare, un’esperienza alle spalle, non mi preoccupa certo sentire parlare di anni di carcerazione”. 

In questo senso, poi, ci si è messa anche la sentenza della Cassazione e generare altra incertezza.

“Io forse l’ho capita male, ma se l’ho capita bene, quando parlano di canapa senza effetto drogante, di fatto fanno riferimento ad un algoritmo personale. Se genera effetto psicotico, allora è legale, se non lo genera allora è illegale. Questo vuol dire che viene sdoganato qualsiasi tipo di canapa. Il problema è che siamo sottoposti sempre all’interpretazione dei giudici. Ci sono dei tribunali che sono come plotoni di esecuzione davanti al mondo stupefacente. Non gli interessa fare distinzioni tra comportamento violativo e comportamento criminale, non interessa distinguere tra droghe leggere e pesanti”. 

Tra l’altro esiste un aspetto legislativo che permetterebbe la coltivazione. 

“Certo, se io ho bisogno di un prodotto per le mie cure che lo Stato non riesce a offrirmi, diventa per me necessario autoprodurmelo, se ci riesco. E se poi lo consumo dentro le mura di casa, smaltisco eventuali effetti prima di uscire, non arreco alcun danno alla collettività e non posso essere perseguito”. 

Secondo lei, a ormai qualche anno di distanza dall’esplosione del fenomeno cannabis light, si può cominciare a stilare un bilancio. Positivo o negativo?

“Credo assolutamente positivo. C’è un prodotto in più sul mercato, c’è più conoscenza, un’attenzione maggiore da parte dei ricercatori, più confidenza, più nozioni. Già il fatto che tenga lontano dal tabacco, che ci sia qualcuno che può vivere i dolori mestruali in maniera più blanda, che ci siano individui che soffrono di epilessia che riescono a disintossicarsi un po’ da moderni prodotti chimici che di fatto non hanno risolto nulla, sono tutte cose positive. In più non ci sono effetti collaterali pericolosi, il che lo mette in una posizione di privilegio”. 

Si aspetta un segnale dalla politica?

“Secondo me ci sarà una gara in Unione Europea per chi legalizza prima. E noi la perderemo”. 

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