Cannabis Terapeutica

Perché è così complicato ottenere cannabis terapeutica in Italia. Ma la soluzione ci sarebbe…

Utilizzare in Italia la cannabis terapeutica è legale dal 2007. È sempre bene ricordarlo e sottolinearlo. Ma è opportuno ricordare anche il fatto che oggi, purtroppo, a oltre un decennio dai suoi primi utilizzi legali, per molti pazienti non è ancora facile coprire le proprie necessità di cannabis terapeutica.

Ad esempio, per quanto mi riguarda, nonostante sia riuscito ad ottenere una prima “erogazione ospedaliera gratuita” per 20 g di Bedrocan, al momento non mi è possibile ritirare fino a tempo indeterminato i nuovi 60 g che mi hanno prescritto perché la farmacia convenzionata ne è sprovvista.

Per fortuna altri pazienti di diverse regioni iniziano ad avere un piano terapeutico ed erogazioni ospedaliere. Ma ci sono molte città in cui ciò non accade.

L’acquisto in farmacie private è diventato possibile da 2013, anche se nei primi tre anni, fino a ottobre 2016, il costo era superiore ai €35 al grammo.

Poi nel 2015, grazie al Decreto Lorenzin (DM 9/11/ 2015) viene riconosciuta l’esistenza di studi scientifici capaci di dimostrare come la cannabis riesca davvero a migliorare le condizioni di vita in diverse patologie croniche. E sulla base di questo aspetto viene rimandando finalmente alle Regioni la responsabilità di deliberare erogazioni ospedaliere di farmaci a base di cannabinoidi.

Ancora una volta, quindi, è bene ricordare che qualunque medico può prescrivere una terapia a base di cannabinoidi su ricetta bianca.

Quello che sconforta è che fino a qualche anno fa c’erano tutti i presupposti affinché l’Italia potesse diventare un Paese leader nella cannabis terapeutica in Europa. Purtroppo, però, lo stesso decreto Lorenzin piantò paletti molto rigidi, sia sulle modalità di coltivazione, ma soprattutto sulle possibilità di ottenere autorizzazioni alla coltivazione in Italia. Il decreto Lorenzin di fatto bloccò una legge regionale in Puglia che ci avrebbe portato sicuramente molto più avanti rispetto alla realtà attuale.

La qualità e la disponibilità di cannabis medicinale in Italia sarebbe aumentata, diventando a tutti gli effetti anche una risorsa economica. Invece si è preferita un’altra strada.

Alcune perplessità sulla produzione dello stabilimento di Firenze

Nel 2015, con il decreto Lorenzin, i nostri politici hanno deciso che l’Italia dovesse fare un esperimento: un test pilota per la coltivazione di cannabis in mano ai militari dello stabilimento chimico farmaceutico di Firenze. Un progetto da 1milione di euro che avrebbe prodotto 400 kg nel primo anno di vita. Ma qualcosa è andato storto nella produzione, al punto che vennero elargiti ulteriori fondi. E così, dopo 4 anni, la produzione è arrivata (forse) a 100 kg. Ma in ben 4 anni. E con altri 2,3 milioni di euro.

Per questo viene spontaneo fare alcune considerazioni sui numeri.

L’istituto chimico farmaceutico ha un’area di 55000 metri quadrati e fino a ieri lo spazio designato per la produzione nazionale di cannabis terapeutica era di 75 metri quadrati.

Ora sembra destinato ad aumentare (grazie a nuovi finanziamenti), ma visti i precedenti non crediamo ci sia molto da gioire. Senza troppe polemiche facciamo notare infatti che siamo lontani degli spazi che avrebbero dovuto dedicare sin dall’inizio a un progetto del genere.

Vediamo di capire perché.

Con due stanze da 27 metri quadrati per la fioritura; una stanza da 17 metri quadrati per la vegetativa; quindi con un totale di 54 metri quadrati di spazio fioritura, se messi a regime con 6 cicli l’anno – considerando una produzione al ribasso di 300 grammi al metro quadro – si sarebbero superati i 97 kg l’anno. (54×300) × 6 cicli /anno.

Dal 2015 al 2019, quindi, si sarebbero dovuti produrre almeno 350 kg. Invece il costo di produzione al momento è altissimo: 3 milioni 300mila € per 100 kg di infiorescenze. Stiamo parlando di circa 33mila euro al kg. Questi sono i numeri ufficiali, che peraltro sono diventati pubblici soltanto dopo 4 anni.

Ma il punto è che qualunque altra realtà (ente azienda, associazione, persona) avrebbe potuto fare meglio se gli fosse stata concessa la possibilità. Per non parlare della qualità ottenuta, sulla quale evitiamo di esprimere un giudizio. Ma questa è tutta un’altra storia.

Intanto il problema principale, ovvero l’insufficienza della quantità prodotta, rimane irrisolto: in alcune Regioni si è ben lontani dal ricevere erogazione di farmaci a base di cannabinoidi (sono quattro anni ad esempio che il sottoscritto lotta per avere accesso all’erogazione gratuita nel Lazio).

E tutto questo mentre in Germania la cannabis terapeutica, legale solo dal 2017, sta diventando una realtà sempre più consolidata. In soli due anni.

I media in Italia sembrano non riuscire ad analizzare con puntualità questa difficile situazione, e nei rari casi in cui devono parlare della cannabis a uso medico, tirano fuori titoli o articoli che definirli non completi diventa un complimento.  

Vorrei capire quindi come si possa essere positivi nel descrivere la situazione della cannabis terapeutica in Italia. Sulla carta è tutto perfetto, il nostro Ministero della Salute ha fatto il suo dovere, ma scavando a fondo non è per nulla così.

Sono rarissimi i patrocini ed eventi sul tema per sensibilizzare personale medico e pazienti.

E da anni molte associazioni denunciano la reale impossibilità di accesso alle cure con la cannabis medica. Anche per questo il 30 novembre Alessandro Raudino, presidente del cannabis cura Sicilia social Club malato di sclerosi multipla, è stato costretto a lanciare una disobbedienza pubblica per l’autoproduzione. Un’iniziativa alla quale diverse associazioni hanno dato sostegno.

L’unica via che resta a tanti pazienti per garantirsi una qualità di vita migliore e una maggiore dignità, è infatti quella dell’autoproduzione (almeno per il momento). Con il rischio costante di incorrere in problemi legali fino a quando non ci sarà una modifica del dpr 309/90.

Se questo è un Paese civile ditemi voi.

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