Il proibizionismo uccide. Cosa raccontano le morti di Terni

Nelle scorse settimane l’attenzione dell’opinione pubblica è tornata a focalizzarsi sul tema della vendita illegale di sostanze stupefacenti in seguito ai drammatici fatti di Terni, dove due giovani adolescenti, Flavio e Gianluca, sono morti nel sonno dopo aver ingerito del metadone acquistato da un italiano quarantaduenne in cura presso il SERD locale.

Comprensibilmente la portata di questa tragedia ha indignato il Paese e tuttavia molte delle posizioni dei politici e degli opinionisti che si sono affrettati a commentare, paiono miopi e strumentali, limitate ad uno sterile e dogmatico “la droga uccide”, perdendo di vista le ben più complesse concause del dramma.

Per fare un ragionamento più utile ed ampio occorre ripercorrere brevemente i fatti, così come riportati, al procuratore di Terni Alberto Liguori, dagli amici delle due giovani vittime.

Dalle loro testimonianze emerge come il consumo di sostanze da parte dei giovanissimi della città umbra sia una consolidata consuetudine, e come, una delle loro droghe di elezione, sia la cosiddetta “Lean”, un preparato molto in voga che si ottiene miscelando la codeina contenuta, e venduta legalmente, negli sciroppi per la tosse, con bevande zuccherine e gassate. È una droga potente, euforizzante e dissociativa, a soprattutto sempre a portata di mano attraverso l’acquisto di banali prodotti da banco in farmacia.

La codeina è un analgesico oppiaceo ed è il principio attivo fondamentale della Lean che tuttavia, come raccontano i ragazzi di Terni, può essere sostituito con qualsiasi altro oppiaceo a disposizione: ad esempio il metadone.

Poco tempo dopo avere assunto il cocktail drogante Flavio e Gianluca hanno cominciato a sentirsi male. Ancora non è chiaro se a causa del mix con altre sostanze, probabilmente alcool, o per una quantità eccessiva di metadone nel preparato. Occorrerà attendere i risultati delle indagini e delle autopsie per stabilirlo. Ma ciò che è certo è che è proprio in questo momento che i due giovani commettono un errore fatale. Nonostante le insistenze degli amici rifiutano categoricamente di essere portati al Pronto Soccorso.

Perché? Per timore. Paura delle ripercussioni, paura della reazione dei genitori, paura dell’autorità. Non ci sono dubbi in proposito: la via orale è il metodo di assunzione di sostanze più lento che esita. Il personale medico ed una banale lavanda gastrica avrebbero con ogni probabilità salvato le loro vite.

Facciamo qualche facile previsione. Il capro espiatorio designato della vicenda sarà colui che ha commesso il reato di aver ceduto metadone ed un gruppo di minorenni. Ne è indiscutibilmente responsabile diretto. Ma i fatti di Terni pongono ben altri interrogativi e c’è un corresponsabile che non verrà chiamato al banco degli imputati: il proibizionismo.

Questa vicenda dimostra, una volta di più, come il proposito di togliere dalla immediata disponibilità dei cittadini, adulti o minori che siano, ogni sostanza drogante attraverso dei divieti, sia pura fantascienza. Il mercato illegale offre ovunque nel Paese ogni tipo di droga e sono sufficienti dei tutorial su internet ed una farmacia per garantire a chiunque “il viaggio” che desidera.

Di fronte a questa verità oggettiva l’obiettivo di una società civile dovrebbe essere anzitutto la tutela della salute pubblica, ed anziché sprecare risorse in una utopica repressione del fenomeno, occorrerebbe aprire un dibattito laico sulle droghe, informando ed educando i potenziali consumatori, anche giovanissimi, affinché abbiano sempre ben chiari i rischi che si corrono con l’assunzione e quali siano le tecniche più efficaci per minimizzarli. Precludere il dialogo, farne un tabù è il modo migliore per mitizzare le droghe, renderle più attraenti ed appetibili e fomentare il consumo irresponsabile.

Non è un caso che tutti gli Stati dove alcune sostanze sono state depenalizzate o legalizzate, abbiano contestualmente investito cifre considerevoli nell’informazione scolastica, nello sport, nei doposcuola, nella cultura gratuita, nel potenziamento delle strutture sanitarie. La strategia è chiara e funziona: tenere i giovani impegnati, stimolati, educarli al concetto che la droga esiste e che i pericoli derivano soprattutto dalle assunzioni maldestre e senza supervisione.

Cambiare paradigma inoltre consentirebbe un approccio complessivo più utile e virtuoso. Il proibizionismo criminalizza e spaventa il consumatore occasionale ed emargina il malato affetto da consumo problematico. Erige un muro fra le istituzioni ed i cittadini, fra le autorità ed i giovani, persino fra i genitori ed i propri figli. Punire e reprimere, oltre che inefficace, genera paura, diffidenza e finisce con l’isolare anche chi avrebbe banalmente bisogno di soccorso. È il proibizionismo ad avere condizionato psicologicamente Flavio e Gianluca, ad averli lasciati soli e ad aver impedito loro di salvarsi la vita chiedendo aiuto.

Ci sarebbero molte altre considerazioni da fare su questa tragedia immane. Chiunque voglia saperne di più può ascoltare l’episodio #23 del podcast antiproibizionista Stupefatti, intitolato “Cosa raccontano le morti di Terni” e disponibile gratuitamente su Spotify, YouTube, iTunes, Apple e Google podcast. Stupefatti pubblica un episodio nuovo ogni domenica, alle ore 4:20 del pomeriggio, e si propone l’obiettivo di parlare di droghe senza preconcetti ed in maniera laica e scientifica, educando al consumo responsabile, alla riduzione del danno ed evidenziando i danni del proibizionismo in ogni loro forma, proprio per stimolare quel dialogo che in Italia manca e sarebbe tanto necessario.

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