Il “Rave del Valentano” e l’analfabetismo dei media italiani

Che il servizio di informazione, in Italia, non goda di ottima salute è cosa nota, ma forse è ancora più noto, ai lettori e alle lettrici di BeLeaf, quanto l’informazione di massa dimostri un grado preoccupante di analfabetismo nel raccontare eventi “droga correlati”. Più volte, dai microfoni di Stupefatti, vi abbiamo riportato (e condannato) le reazioni uterine dei media nello stigmatizzare consumo e consumatori, fossero essi vigili del fuoco o rockstar internazionali.

Non c’è da stupirsi, quindi, se la cronaca chiamata a narrare il “Rave del Valentano”, il free party  che si è svolto a metà agosto vicino Viterbo, abbia raggiunto il suo livello più basso. Salvo qualche testata online indipendente e qualche – davvero bravo – giornalista, quest’estate le tv e i giornali hanno fatto a gara per propinarvi il peggior servizio di informazione, inventandosi fake news, creando scoop tratti da commenti sui social e non preoccupandosi minimamente di verificare le fonti e i fatti. Nessuno ha ritenuto che il “dovere di cronaca” avesse la responsabilità di spiegare il fenomeno, di indagare sul perché qualche migliaio di persone si radunino spontaneamente per ballare una musica difficile ai più o di raccontare la storia pluridecennale di alcune Tribes presenti al teknival.

No. Il ruolo della stampa è stato, invece, quello di contribuire a creare un giudizio morale, di ritrovare il perché nella semplicioneria del considerare i partecipanti come un gruppo di drogati che vivono vite deprecabili e di fornire argomenti per ingrossare la voce al politico di turno che chiedeva uno smantellamento immediato del Rave – impossibile, a detta della stessa polizia.

Nella Grecia arcaica “sapere” coincideva con il concetto di vedere con i propri occhi: “ho visto” significava “io so“. E proprio perché non erano presenti, i media, oltre al danno già grave di averci spacciato per veri “i cani morti” e le “vacche stuprate”, hanno arrecato al servizio di informazione un danno ancora più grave, omettendo di riportare il lavoro di chi ha garantito, al Valentano, un presidio socio sanitario che si è rivelato indispensabile. Non temete, ora ve lo raccontiamo noi, che al “Rave della Discordia” c’eravamo, da ospiti delle associazioni che da tutta Italia sono accorse per organizzare un presidio di riduzione del danno, e siamo quindi testimoni diretti di ciò che è successo durante la settimana di tecknival e soprattuto quanto il lavoro delle unità di strada sia indispensabile e salvifico specialmente in un contesto tanto estremo.

Arriviamo a Valentano sabato 14 agosto, poche ore dopo l’inizio del party. L’area si estende per oltre trenta ettari di campi, precedentemente coltivati a fieno (già raccolto), e si presenta come uno spazio brullo, polveroso, senza ombra, battuto dal sole cocente di Ferragosto: ben diverso dall’oasi paradisiaca descritta dai giornali nazionali. I sound presenti – gli impianti audio, letteralmente muri di casse dalle quali si spara musica techno a volume assordante – al nostro arrivo sono solo quattro, ma alla fine dell’evento se ne conteranno oltre venti. La musica è ovunque. Qualche migliaio di ravers già popolano le colline, intenti a ballare, montare tende, parcheggiare camper e roulotte. Il colpo d’occhio è affascinante per la sua unicità: quello che sta nascendo nelle campagne toscane è un vero e proprio villaggio pirata, totalmente anarchico, ma a suo modo organizzato, con le sue regole fatte di spazi comuni, viottoli autogestiti, negozi improvvisati e punti ristoro. La cosa che i giornalisti pantofolai non vi diranno mai è che non sembra un girone dantesco di debosciati, ma sembra una festa – ed è anche bella.

Le unità di strada arrivano alla spicciolata, coordinati dalla rete italiana di riduzione del danno (ITARDD), dal CNCA e da PianoB. Nel corso dei sei giorni di evento si alterneranno oltre ottanta persone, tra operatori, psicologi, educatori, assistenti sociali e volontari, organizzati in turni di otto ore, per coprire ed offrire un presidio sanitario ventiquattrore su ventiquattro alle migliaia di persone presenti. I primi ad arrivare iniziano ad allestire l’area ChillOut, una zona di decompressione che offre un ambiente accogliente e rilassante tale da consentire un recupero fisico, indispensabile nei contesti del consumo di stupefacenti. Quella del Valentano è identificabile dai tendoni arancio, assicurati ad un camper sgangherato (ma pieno di carisma!), per garantire ombra nel caldo torrido, sotto i quali vengono stesi enormi tappeti e cuscini di gommapiuma per strappare uno spazio comodo e pulito al polverone circostante. L’area prescelta è lontana un centinaio di metri dai sound e dai dancefloor, sul fianco di una collina, leggermente rialzata in modo da poter essere ben visibile e riconoscibile.

Dai bagagliai delle automobili, gli operatori iniziano a scaricare decine di scatoloni ricolmi di acqua, cibo, materiale sanitario e informativo. Il senso di fare riduzione del danno in un contesto simile è proprio questo: proteggere chi consuma sostanze stupefacenti in condizioni tanto estreme mitigando i rischi per la loro salute. A Valentano durante il giorno si sfiorano i quarantacinque gradi. Distribuire gratuitamente acqua, succhi di frutta, caramelle e piccoli spuntini, offrire ombra, frescura e ristoro significa aiutare il corpo a riequilibrarsi, a rimanere sempre ben idratato, con il corretto apporto di zuccheri e vitamine, essenziali specialmente sotto l’effetto di sostanze stupefacenti. Durante la notte l’escursione termica è notevole, chi frequenta la zona ChillOut per riposare chiede coperte, magari anche un tè caldo, e riceve tutto gratis.

Ci sono poi a disposizione i materiali per consumare in sicurezza, il vero cuore dell’iniziativa. Si distribuiscono cannule pulite per sniffare, soluzione salina per lavare le narici, siringhe e “cucchiai” monouso, materiale informativo sulle sostanze e su cosa occorre fare per assumere in relativa sicurezza. Si organizzano ronde con cadenza oraria: gli operatori si sganciano dalla base e con lo zaino di primo soccorso sulle spalle perlustrano la festa, che dopo i primi due giorni ha già quadruplicato le sue dimensioni, per controllare che nessuno stia avendo un malore senza essere adeguatamente assistito. Durante la notte viene attivato addirittura un servizio di drug-checking dove una squadra di chimici professionisti, dotati di sofisticate apparecchiature di analisi, controllano gratuitamente la purezza delle sostanze acquistate, per prevenire le possibili conseguenze nefaste del taglio ed allertare tutti i partecipanti qualora si stiano spacciando sostanze troppo pericolose o palesemente contraffatte.

Questa organizzazione ha agito su tre diversi livelli: sulla prevenzione, perché ha evitato fenomeni diffusi di disidratazione, ipoglicemia, insolazione, intossicazione da sostanze diverse da quelle che si credeva di aver assunto; sulla riduzione del danno, perché ha gestito le reazioni indesiderate derivanti dal consumo con meno stigma e più competenza di quanto non potesse fare il servizio del 118; infine sulla sicurezza, giocando un ruolo fondamentale nel fornire alle forze dell’ordine preziose informazioni logistiche che hanno portato la polizia a decidere di non intervenire, evitando pericolosi sgomberi. Ma evidentemente non è interesse della stampa generalista dare visibilità ad un altro approccio su droghe e divertimento che non sia quello di stampo repressivo e proibizionista: la passione e la professionalità degli operatori non è una notizia e la tutela della salute dei cittadini, anche di coloro che scelgono liberamente di consumare sostanze stupefacenti in contesti illegali, non è argomento di dibattito: molto semplicemente, i ravers di Valentano sono delle non persone, non certamente i nostri figli, i nostri fratelli o i nostri amici e come tali bisogna trattarli.

Dei giorni trascorsi “in prima linea” al Rave, a noi restano indelebili la gratitudine e l’incredulità di chi ha affollato l’area ChillOut o di chi è stato soccorso, le loro storie ed i loro percorsi di vita a cui è mancata una narrazione diversa da quella giudicante. Come l’abbraccio finale (e in salute) del ragazzo che per ore ci ha tenuti impegnati dopo avere esagerato con la ketamina e lo stupore delle due giovani italoamericane che hanno potuto riposare e hanno ricevuto acqua, zucchero e attenzioni dopo un calo di pressione causato dall’LSD assunto con troppa fretta, sotto il sole martellante. La storia della giovane coppia con un passato da senzatetto che dopo essersi incontrati dormendo per strada hanno saputo trovare riscatto, anche sociale, nell’amore reciproco e nel mutuo aiuto. O il sorriso dalla biondissima raver, tornata decine di volte a dormire qualche ora e a rifocillarsi, insieme ai suoi amici. Volti ed esperienze con la forza di ricordarci che, come scrive l’autore Johann Hari, “l’opposto della dipendenza non è sobrietà: è connessione umana”.

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