Thailandia: le proteste per la legalizzazione, da medici a religiosi

Era l’inizio di Febbraio di quest’anno quando la Thailandia ha fatto il passo di legalizzare la ‘cannabis light’, con un contenuto di thc inferiore allo 0,2%, aprendo un nuovo settore, dopo aver legalizzato nel 2018 quella ad uso terapeutico e con finalità di ricerca. Un passo piccolo, non è la legalizzazione della cannabis con un Thc superiore, quindi certamente parziale, ma per un paese Asiatico è certamente un grande passo avanti. 

Ma ogni passo avanti ha i suoi detrattori: le testate giornalistiche thailandesi segnalano come in questi giorni ci siano stati due tipi di proteste contro la cannabis, una dei leader islamici trainati da Sakriya Binsaela, presidente dell’ Islamic Committee of Songkhla ed una di 851 dottori capitanati da Smith Srisont, presidente della Forensic Physician Association of ThailandLe lotte contro la cannabis riescono a mettere insieme scienza e religione, ma per affermare questo dobbiamo prima andare a vedere le motivazioni di questa protesta. 

Gli attivisti religiosi hanno iniziato la protesta con una lettera al governo, in cui si oppongono alla rimozione della marijuana dalla lista dei narcotici, dicendosi disposti a manifestare nelle 300 moschee delle province interessate (Songkhla, Yala, Pattani, Narathiwat e Satun) insieme a 25 organizzazioni islamiche. Numerose sono state le lettere spedite tra enti religiosi e pubblici in questi giorni, arrivando alla ‘sentenza’ del Consiglio Islamico Centrale della Thailandia che compara la cannabis al vino, e quindi di rimando vietata per le sue proprietà ludiche secondo i precetti religiosi islamici. Si tiene però aperta la porta per la cannabis a scopi terapeutici. Le proteste religiose continueranno e le organizzazioni in questioni sembrano disposte a portare avanti le pressioni verso il governo, pressioni sostenute anche da un gruppo di 851 medici. 

Gli alunni della ‘Faculty of Medicine at Ramathibodi Hospital in Mahidol University’ hanno chiesto l’immediata sospensione della decriminalizzazione, sostenendo che la cannabis rappresenta una minaccia per il sistema pubblico, per la salute delle persone, sia a breve che a lungo termine. Gli alunni e i medici hanno trovato ‘prematura’ la decisione del governo di rimuovere la cannabis dalla Categoria 5 dei narcotici, e chiedono di bloccare le decisioni relative alle policy sulla cannabis in quanto non tutti gli stakeholders sarebbero stati ascoltati. Una petizione su change.org è oggi sottoscrivile, e accusa l’attuale Ministro della Salute Pubblica thailandese Anutin Charnvirakul di creare nella legge un vuoto normativo, che permetterebbe di fatto a giovani e bambini di consumare in modo più libero la cannabis. 

Insomma, la Thailandia torna storicamente alle origini ma tutti questi anni di proibizionismo impediscono un cambiamento sostanziale, nell’immediato. Forse alcuni dei cambiamenti sono troppo complessi da gestire? Eppure, il coraggio della Thailandia sta spingendo anche l’Indonesia in questi mesi a riesaminare il suo rapporto con la cannabis. In questa vicenda di proteste però, la Thailandia è riuscita a mettere insieme nella repressione scienza e religione (seppur in istanze separate): speriamo di riuscire a farlo anche noi, mettendole insieme però nella libertà.

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