Citizen Kane: Hearst, il Quarto Potere e la cannabis

Il mondo è fatto di storie, alcune sono vere, altre vero-simili, abbiamo anche le menzogne e le mezze-verità. La storia è fatta molte volte da chi detiene il potere, che spesso è economico, che si trasforma poi in potere sociale che ha la funzione di modificare il pensiero della società stessa. 

Il termine Quarto Potere è stato coniato dal poeta Edmund Burke, con un termine positivo perchè riferito al “diritto di formarsi e manifestare un’opinione su di esse”, diritto che diventa complesso quando gli interessi del singolo prevalgono sulla libera informazione, cercando di manipolarla. Nell’America di inizio ‘900 lo sviluppo dell’editoria si è legato fin da subito con la vita politica del paese, rendendo il Quarto Potere fondamentale per l’influenza nei confronti dei cittadini, indirizzando le loro opinioni fino a far diventare verità perfino le menzogne. 

Durante gli anni ‘20 iniziò a dominare sulla scena dell’editoria americana William Hearst, uno dei padri della creazione del proibizionismo insieme ad Harry Aslinger (a capo negli anni ‘30 del Federal Boreau of Narcotics), che si servì per la sua battaglia contro la cannabis proprio degli articoli di cronaca nera che Hearst faceva girare sui suoi giornali scandalistici.

Quello fu il momento della ‘creazione della finzione’: i giornali del magnate dell’editoria si scagliavano contro neri, messicani e suonatori di jazz, possiamo avere pochi dubbi che oggi si scaglierebbe anche contro persone lgbtqia+ e donne colpevoli di avere ‘vizi per uomini’. Ma questa è evidentemente una mia supposizione. La creazione della paura nei confronti di certe categorie ha creato la narrazione che ha giustificato il proibizionismo, verso le categorie che sono ancora oggi minoranza.

Il potere editoriale viene rappresentato in quel periodo storico dal capolavoro cinematografico del 1941 Citizen Kane di Orson Wells, interprete della solitudine potente di un magnate che è stato paragonato (semplicisticamente, certo) alla figura di William Hearst, che proprio in quegli anni dettava la linea della paura verso la pianta di cannabis. Quattro anni prima dell’uscita di Citizen Kane, il Presidente Roosevelt firmò il Marijuana Tax Act del 1937 che di fatto vietata la coltivazione di qualsiasi tipo di canapa, anche a scopo medico. 

Questa scelta legislativa e le successive, fino al Boggs Act del 1951, contribuirono ad inasprire fortemente le pene verso i trafficanti di sostanze e di conseguenza verso i semplici consumatori: si arrivò infatti alla stigmatizzazione da parte di Aslinger di alcune figure dello spettacolo, da Louis Armstrong a Billie Holiday, che lottava con la dipendenza da eroina. 

Nell’arco di 15 anni il combinato disposto media-politica-propaganda ha creato il proibizionismo poi esportato nel mondo, dando la possibilità quindi come fu negli anni ‘20 con l’alcol di creare un mercato parallelo criminale. 

Creazione quindi, come in una vera e propria regia cinematografica in cui però i protagonisti non si esauriscono al termine del film ma contribuiscono invece alla creazione della società, e quindi alla creazione del pensiero proibizionista e moralista: in qualche modo forse, proprio per questo William Hearst fece una vera e propria guerra contro Orson Wells e il suo Citizen Kane. Nessun giornale parlò del film, e nessun cinema di proprietà d Hearst lo proiettò, minandone il successo al botteghino. 

Citizen Kane è una rete di rimandi al mondo della comunicazione, di come si attua la manipolazione, e ci fa ricordare non evidenziandolo il ruolo di salvaguardia della democrazia che il giornalismo dovrebbe avere. Forse proprio per questo William Hearst si sentì toccato, dal ricordo di ‘Rosabella’, che dava alla verità piena luce: oggi la luce risiede in chi in questi anni è riuscito a fare contro-informazione, resistendo alla retorica dominante. 

In America così come in Italia, la creazione della paura si è poggiata prima sui magnati dell’editoria, oggi si affianca ai businessman dei social network, nuovi mezzi di informazione che vista la loro pervasività nella società possono influenzare le persone. Certo, non possiamo dormire sonni tranquilli con la democratizzazione dell’informazione. 

Il nuovo lavoro da ‘influencer’ infatti ci fa pensare che siano le persone a chiedere di essere influenzate, c’è una domanda a cui bisogna dare una risposta a suon di sponsorizzazioni, esiste una disintermediazione dell’informazione ‘ufficiale’, ma se si cerca bene sarà possibile far fiorire la contro-informazione che fino ad oggi ha vissuto nella clandestinità di poche coraggiose mani. 

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