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Social trafficking: come le sostanze viaggiano nella rete

È assurdo che le sostanze siano illegali. Parto da questa premessa fondamentale per capire il paradosso contro cui ci scontriamo, o meglio si scontrano i proibizionisti quando sventolano la bandiera della ‘guerra alla droga’, che è guerra alle persone. Un paradosso per noi evidente almeno per tre motivi: la facilità con cui si muovono le sostanze, i quantitativi di sostanze che ci sono in circolazione, un uso dei fondi pubblici riservato al reparto penale e non a quello sociale con il risultato di non migliorare i problemi di abuso e tossicodipendenza.

Oggi con i nuovi mezzi di comunicazione tutto diventa maggiormente reperibile, e lo stesso ‘spaccio della piazzetta’ sta mutando le sue caratteristiche vista la disponibilità di strumenti come i social network. Oggi infatti le droghe arrivano via instagram, telegram ed anche tik-tok. Il SonntagsZeitung, ha svolto un’indagine con i suoi giornalisti, i quali hanno provato ad acquistare su Instagram e Tik Tok: nel primo tentativo sono rimasti vittima di una truffa, nel secondo tentativo in 24 ore è arrivata per posta un grammo di metanfetamina.

Il mondo dei social è una vetrina a portata di clic, e anche se poi spesso gli scambi avvengono fisicamente, la vetrina social è come quella del negoziante nella via del centro: prodotti ben fotografati ed un preciso prezzario, con l’enorme punto interrogativo della qualità delle sostanze, anche per quanto riguarda quella più naturale come l’erba. Sul mercato nero la ‘naturalezza’ svanisce, come abbiamo visto da molti spunti di cronaca sui trattamenti alle sostanze.

La DCSA (Direzione Centrale Servizi Antidroga) ha preso coscienza del problema evidenziando le principali problematiche di questo mercato così strutturato: è una modalità difficile da contrastare, non richiede particolari investimenti da parte dei fornitori, offre la possibilità di acquistare le sostanze da casa. Inoltre il mercato online è sia ‘in chiaro’ sia nel dark-web dove non si vendono, evidentemente, solo sostanze stupefacenti. Tutti questi elementi ci fanno tornare all’inizio del paradosso: uno Stato che basa la sua culturale sul proibizionismo rischia di creare delle sacche di criminalità ‘nascosta’, maggiormente efficiente, che applica la diversificazione come un’azienda diversificando così i profitti illeciti. Una differenza cultura che parte dalla differenza tra consumo ed abuso, permetterebbe di aprire alle opzioni più coraggiose.

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