Perché la cannabis (anche quella light) fa così paura?

Durante il periodo di lockdown, la vendita di cannabis light era esplosa grazie al delivery. Basti pensare che soltanto le aziende associate a “Canapa Sativa Italia”, rispetto al bimestre dell’anno precedente, hanno aumentato i profitti del 50%, totalizzando un fatturato vicino ai 6 milioni di euro. Per un attimo abbiamo visto (in piccolo) come sarebbe stato il nostro Paese se il mercato della cannabis fosse legalizzato: acquisti alla luce del giorno, rispetto delle regole, certificazione del prodotto, qualità del prodotto.

Sembrava, o almeno avevamo sperato, che chi ci governa avesse finalmente visto questo mondo come un settore economico qualsiasi o non come la solita banda di ‘narcotrafficanti’, ‘pericolosi’ e ‘drogati’. Speravamo che, dopo la pandemia  -perché ora i problemi sono altri- si potesse ricominciare a parlare seriamente di canapa e cannabis. Lo speravamo anche perché la classe dirigente ora al governo si è sempre mostrata, chi più e chi meno, non ostile al nostro mondo- certo, era molto difficile essere più ostile di Salvini, Meloni e i vari Giovanardi-.

Ci saremmo accontentati, forse, anche di un silenzio. Di rimanere in attesa di tempi migliori. Invece, uno dopo l’altro, si sono susseguiti una serie di colpi ben assestati che fanno male. Colpiscono un settore già duramente colpito da leggi ingiuste e anacronistiche, in un periodo storico difficilissimo per tutti.

Lo ha fatto, quasi in sordina, prima il Ministero della Salute quando ha classificato l’olio al Cbd come uno stupefacente. L’ha inserito nella tabella del D.P.R. 309/90 (testo unico sugli stupefacenti) nonostante, da tempo, l’organizzazione mondiale della sanità, anche se le valutazioni sono ancora in corso e si attende un parere per i primi di dicembre, abbia da tempo raccomandato altro.

Ha poi proseguito con la stretta sulla vendita di cannabis light. Con una determinazione pubblicata sul sito dell’agenzia delle Dogane e dei Monopoli, il direttore generale Marcello Minenna, ha chiesto ai rappresentanti degli esercizi di vicinato, delle farmacie e delle parafarmacie, che vendono o hanno intenzione di vendere al pubblico dei prodotti da inalazione senza combustione, costituiti da sostanze liquide, con o senza nicotina, di autocertificare l’impegno a non commercializzare o detenere foglie, infiorescenze, oli, resine, o altri prodotti contenenti sostanze derivate dalla canapa sativa. Senza l’autocertificazione non si potrà più ottenere il rilascio delle necessarie autorizzazioni e di eventuali rinnovi.

A tutto questo va aggiunto anche la situazione dei pazienti che si curano con la cannabis. Il cui portavoce, e siamo sicuri che ne avrebbe fatto volentieri a meno, è Walter De Benedetto, di cui sosteniamo pienamente la sua battaglia. Lasciati soli, abbandonati a loro stessi e a loro dolore, chiedono solo di potersi curare con una sostanza che è perfettamente legale. Ma quella sostanza per tutti non c’è perché, anche in questo caso, si continua a perseverare in una diabolico piano tutto italiano.

Insomma una specie di gioco al massacro, in cui a perdere sono sempre gli stessi.

Leave a Comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*