Da Bologna a Ferrara, è lì che nasce il fulcro della canapa in Italia

Nel corso del XIX secolo il primato produttivo della canapicoltura passò dalla provincia di Bologna a quella di Ferrara. Grazie, all’interessamento del viceconsole inglese William Donald McAlister (1798-1880), che scelse la città emiliana come residenza e, l’aiutò con le esportazioni di canapa in Inghilterra. La diffusione della coltura è accertata in età medievale sulle vallate del Frignano, ma già nel 1400 essa va ad occupare le più favorevoli terre di pianura del Bolognese (San Giovanni in Persiceto e Cento). Dal Centese, dopo che nel 1502 il suo territorio era entrato a far parte del Ducato di Ferrara, la coltivazione della canapa iniziò la sua marcia verso il Ferrarese centrale, dove affiancava, nel corso del Seicento, la più tradizionale coltura del lino (Linum Usitatissimum), coltivato nel Ferrarese come materia tessile per gli abiti dei contadini e altri numerosi usi domestici.

A fine Ottocento, mentre l’Italia stava uscendo dalla lunga crisi dei prezzi agricoli e cerealicoli (1881-96), l’esportazione di canapa offriva un importante sostegno all’economia provinciale, come attestata in due articoli pubblicati sulla rivista “L’Italia Agricola” dal direttore della Cattedra ambulante d’agricoltura di Ferrara, Adriano Aducco. Su scala nazionale la coltura della canapa era concentrata in Emilia-Romagna, che con 390.000 quintali realizzava il 53,5% della produzione. L’altro grande polo produttivo si trovava in Campania, dove le province di Napoli e Caserta fornivano con 163.000 quintali quasi un quarto della fibra di canapa italiana. Seguivano con apporti minori il Veneto e il Piemonte. La provincia di Ferrara con ben 190.000 quintali produceva da sola oltre un quarto (26,5%) della produzione nazionale, superando largamente quella di Bologna (130.000 quintali pari al 17,8%). Al terzo posto si collocava Caserta, con 105.000 quintali (14,5 per cento). Nel corso dell’Ottocento solamente l’Impero russo, che produceva 2,1 milioni di quintali su una superficie di 632.000 ettari, superava la produzione italiana, che Aducco stimava aggirarsi tra il 16 e il 18 per cento della produzione mondiale.

Per dare un’idea di quanto la canapa fosse ormai coltura di primaria importanza nell’economia delle famiglie di mezzadri, boari e braccianti ferraresi, basterà ricordare che sul finire del XIX secolo, dei 4.218 telai domestici censiti nella provincia, ben 3.075 erano destinati alla tessitura di lino e canapa. Ma, l’impegno più gravoso del lavoro contadino era riservato alla coltivazione e alla lavorazione sui canapai per ottenere la canapa grezza, il cui prezzo finale era strettamente connesso alla qualità, lunghezza e resistenza della fibra. Queste caratteristiche si ottenevano grazie ad abbondantissime concimazioni, a lavorazioni profonde e all’aerazione del suolo con vangatura supplementare del solco tracciato dall’aratro (ravagliatura); a diserbi, diradamenti e sarchiature dopo la nascita delle piantine; alla macerazione ottimale degli steli nei maceratoi, grandi vasche in cui gli steli della pianta, uniti in fasci venivano affondati con grossi ciottoli di fiume per ottenere il distacco del tiglio. Quest’ultima importante fase della lavorazione avveniva però dopo altre faticose operazioni che consistevano nel taglio delle bacchette alla base nei primi giorni di agosto; la loro esposizione al sole, prima disponendoli sul suolo a spina di pesce, poi raggruppandoli in mazzi sovrapposti e incrociati a “X” ed, infine rialzandoli da terra in grandi pile coniche (pirle) per far essiccare il fogliame. Seguiva sul campo la ripetuta sbattitura degli steli per ottenere la rimozione della parte fogliare ormai secca; la creazione di fasci formati da 20 mannelle ciascuno di lunghezza uniforme con selezione degli steli in base alla loro lunghezza (tiratura); la legatura in fasci degli steli; il trasporto e l’affondamento dei fasci nel maceratoio. Di cui potete trovare un ampio servizio sul primo numero di quest’anno di BeLeaf. Di nuovo la canapa lavata, veniva posta ad essiccare in pile coniche legate in cima. Riunita ancora in mannelle.

Seguivano poi, dopo il trasporto sull’aia delle mannelle, le faticose operazioni per l’estrazione della fibra.

I commercianti di canapa organizzavano le successive fasi come la pettinatura con pettini metallici e nella perfetta ripulitura della fibra da residue parti legnose, operazione svolta da artigiani specializzati (canepini, gargiolari). Quindi, c’era la selezione delle fibre per qualità: le più fini e incolori erano destinate alla filatura, mentre quelle più grossolane ed opache andavano alle produzione di cordami.

Una volta concluse tutte le operazioni, l’estate era praticamente conclusa e seguitavano i lunghi mesi invernali, durante i quali, al termine delle faccende quotidiane c’era la veglia e la lavorazione della canapa proseguiva.

Le abitazioni avevano una grande cucina al pian terreno, riscaldata (a seconda dei periodi storici) dal fiato degli animali come mucche e asini oppure da grandi caminetti alimentati dalla legna raccolta e spaccata durante il giorno. Le donne stavano con le donne, gli uomini stavano con gli uomini e i bambini stavano con gli uomini, perché non dovevano ascoltare i discorsi delle donne. Le signore più esperte filavano la canapa, le giovani si preparavano il corredo matrimoniale, imparavano a tessere e a ricamare sotto l’occhio vigile delle mamme o rammendavano i vestiti per tutta la numerosa famiglia, mentre i nonni aggiustavano gli attrezzi da lavoro e intrattenevano i nipoti con racconti di maghi e streghe. Si cenava presto, quando faceva buio, intorno alle 18. Per cui la veglia incominciava subito dopo e non durava troppo a lungo, in quanto bisognava alzarsi presto per andare a dar da mangiare agli animali o a munger le vacche e ricavare il latte per la prima colazione. La serata in compagnia di tutti i famigliari si concludeva con la recitazione del rosario. Le usanze variavano da regione a regione. Ma è la genuinità degli intenti che accomuna le persone umili da nord a sud della penisola.

La canapa e le sue faticosissime lavorazioni hanno segnato in profondità la memoria storica dei contadini, dei braccianti e degli agricoltori ferraresi. La coltivazione di questa fibra tessile è stato lo strumento con cui il mercato e le sue leggi sono entrate nelle campagne fin dal secolo XVII coinvolgendo uomini, donne e ragazzi nel suo lungo e complesso ciclo produttivo.

L’Ottocento ha visto la provincia di Ferrara al primo posto offrendo ai suoi agricoltori una fonte redditizia lodevole. Sul duro lavoro della canapa si è formata anche nei contadini una prima coscienza dei propri diritti. Le grandi lotte agrarie del 1897 e del triennio 1901-1903 portarono il ferrarese all’attenzione del Parlamento nazionale, ma anche ai primi contratti collettivi di lavoro scritti, che stabilivano la remunerazione del faticosissimo lavoro dei braccianti emiliani per una coltura che rimarrà dominante fino alla seconda guerra mondiale.

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