Quanto è difficile essere canapicoltori in Sardegna: la storia di Caterina

Abbiamo deciso di dar voce ai canapicoltori sardi visto che i media li stigmatizzano descrivendoli al pari di narcotrafficanti . Nell’ultimo anno sono trattati da membri di un cartello anche dai carabinieri locali. Ma perché arrecare un tale danno economico ad un’attività così fiorente?

La storia di Caterina dell’azienda agricola Juanita: “Quello che stiamo vivendo è un incubo!”

Caterina Cadeddu è un’imprenditrice, produce cannabis light e lo scorso febbraio ha visto porre i sigilli alla sua azienda: “Ho avviato Juanita nel 2019, in Sardegna, nel Montiferru in provincia di Oristano. Da una parte abbiamo il clima favorevole per la coltivazione della canapa dall’altra abbiamo le istituzioni contro”. Una capicoltrice impegnata su campo, socia attiva in Sardinia Cannabis, sui social racconta la vita quotidiana di una coltivatrice di cannabis, un mestiere difficile che implica studio delle normative e un amore particolare per la natura.

Nel febbraio del 2021 Caterina ha visto i carabinieri mettere i sigilli alla sua azienda e da allora Juanita è ibernata come centinaia di canapicoltori in Sardegna. “Nessuno ne parla” denuncia Caterina “ciò che sta accadendo in questi mesi a tutta la filiera della canapa ha l’aria di un grave atto politico senza precedenti nei confronti di noi coltivatori Sardi! Giorno dopo giorno, oggi a me, domani a te, il frutto del nostro lavoro sta finendo nei depositi giudiziari a causa di una direttiva della procura distrettuale di Cagliari dove a noi coltivatori Sardi viene concessa la sola coltivazione costringendoci a svendere il prodotto (per essere più chiari le piante intere) ai nostri colleghi delle regioni in cui la lavorazione è consentita!”

Combattere uno stigma e realizzare un sogno: aziende di cannabis light

“Sono nata e cresciuta in campagna” dice Caterina parlando di sè “ho da sempre la passione per la terra. Mi occupo di tutto in prima persona, dalla semina al raccolto”. Un’imprenditrice ferrata in materia agricola, una vera professionista attenta al particolare, ma quando decide di produrre cannabis chiede il supporto di una realtà associativa: “Mi sono appoggiata da subito a Sardinia Cannabis, per un’autotutela. Piero mi ha guidato dalla comunicazione di semina sino al giorno del sequestro”.

Essere operatore nel settore della cannabis industriale significa studiare sempre una forma di autoregolamentazione e trovare una via per l’autoformazione, per questo chi avvia un’attività di questo genere aderisce spesso ad un’associazione di categoria.

L’informazione è poca e la diffidenza da parte degli abitanti locali e delle FFOO è tanta. “Mi dicono, ma come tu? Una donna che coltiva cannabis? è visto come un mestiere particolare e se è una donna a gestire un’attività simile, è strano!”

Secondo il Centro Studi Agricoli (CSA) le coltivazioni dedicate alla canapa in Sardegna sono triplicate negli ultimi due anni passando dai 400ettari nel 2019 a 1.300ettari nel 2021.

Un’isola verde che purtroppo subisce la sentenza della sentenza della Cassazione n. 30475 del 05/2019, a cui si appiglia una circolare inviata alle caserme dei carabinieri sardi nell’autunno del 2020. Nel caso in cui l’azienda non abbia un contratto di conferimento delle infiorescenze con un’azienda farmaceutica si applica la lettura più restrittiva e si sequestra l’attività (campo e magazzino) per i campionamenti di routine. In pratica i canapicoltori sardi non possono toccare i fiori di canapa al di fuori dalla particella di terreno di produzione, seppur anche sul campo abbiano dei problemi.

Decade la tutela del canapicoltore, definita dall’art. 3 della lg 242/16, per un vuoto normativo e le conseguenze per lo stesso sono inestimabili. Si applica la forma più restrittiva del Testo Unico sugli stupefacenti.

Nel febbraio 2021 il comando dei carabinieri si reca da Juanita per un controllo: “La questura aveva emanato una circolare. Così è iniziato l’incubo!”. Caterina ricorda: “I carabinieri della stazione del paese, scortati dal corpo dei cacciatori di Sardegna, sono venuti in azienda. Hanno controllato la documentazione che era perfetta, incluse le analisi del raccolto conservato in magazzino, eppure mi hanno sequestrato tutto”

Juanita è un’azienda portata avanti in modo legittimo e coerente con le richieste ufficiali delle istituzioni, come confermato dalle analisi dei campioni che risultano in regola con i limiti dello 0,5% di Thc per il dpr. 309/90, dopo le quali l’avv. Simonetti ha richiesto l’archiviazione del caso.

“Tutto ciò non finisce con un semplice sequestro in attesa di analisi ,alcuni colleghi imprenditori onesti stanno finendo in carcere, oltre a vedere i nostri sacrifici svanire nel nulla dobbiamo affrontare processi penali,  perché ci accusano di spaccio di sostanze stupefacenti. Le accuse, nel mio caso, sono per art. 73 e 75 del dpr 309/90 con l’aggravante per quantità ingenti di sostanze stupefacenti”.

L’imputazione è “detenzione di sostanze stupefacenti”, sanzionata secondo il DPR n. 309/1990, secondo gli articoli 73, ossia detenzione ai fini di spaccio, e art.75, detenzione al fine di utilizzo personale con l’aggravante art. 80 comma 2 , che prevede la maggiorazione delle pene dalla metà a due terzi laddove “il fatto riguarda quantità ingenti di sostanze stupefacenti o psicotrope”. L’art 80, nello specifico, nasce dalla legge n. 685/1975 la quale pone le basi all’attuale Testo Unico stabilendo con indicazioni numeriche dei quantitativi per le dosi minime ad uso personale.

Siamo a Novembre e Caterina è sconfortata: “Dopo nove mesi ancora non vediamo la fine dell’incubo. L’avv. Simonetti ha richiesto l’archiviazione e il PM ha accettato la richiesta, il problema è che se il GIP rifiuta l’archiviazione passiamo al penale.”

Le aziende della Sardegna subiscono uno stillicidio, cadono una ad una. Ciò che hanno subito Paola e Caterina è solo una piccola goccia in un lago. I canapicoltori non si sentono tutelati dalle istituzioni, anzi vivono una situazione di forte disagio causato dalle stesse. Perdite incalcolabili che segnano piccole realtà contribuenti. “Lo stesso sta accadendo ad altre aziende in zona. Abbiamo creato un gruppo di produttori sardi e contiamo tra i 3 e i 4 sequestri al giorno.”

Una situazione insostenibile. Per questo i canapicoltori sardi si stanno organizzando per sollecitare l’intervento della Regione. “La scorsa settimana a Tramatza” spiega Caterina “ci siamo riuniti con Sardinia Cannabis e abbiamo deciso di dare vita al Movimento dei Canapicoltori Sardi, andremo in regione e chiederemo una legge regionale come quella del Piemonte. Già era stato richiesto il riconoscimento del fiore di cannabis ma non c’era un precedente, ora lo ha creato la legge del Piemonte”.

Siamo vicini al Movimento Canapicoltori Sardi, i quali rappresentano la punta di un’iceberg costituito da imprenditori processati, arrestati e dichiarati innocenti. Aziende e vite private condizionate irreversibilmente dai vuoti normativi. Sarebbe una scelta più economica e responsabile per lo Stato colmare le lacune legislative anziché sostenere costosi processi.

Le regioni che hanno emanato leggi in materia di produzione di canapa con annessi bandi per investimenti nella filiera sono: Lazio, Basilicata, Emilia Romagna, Molise, Puglia, Toscana e ora il Piemonte. Quest’ultima ha da poco emanato a legge regionale n. 12 del Piemonte, (28 maggio 2021) ossia “Sostegno alla coltura della canapa (Cannabis sativa L.) e alle relative filiere produttive”, la quale ha il primato di aver nominato il fiore di cannabis come “ambito di applicazione” nell’art.2.

Legge regionale n.12 del 28/05/21 art.2 comma 4 “dalla canapa coltivata esclusivamente per la produzione di fibre o per altri usi industriali consentiti dalla normativa dell’Unione europea e dalle convenzioni ONU, è possibile ottenere”
lettera b) “semilavorati, quali fibra, fiori, canapulo, polveri, cippato, oli o carburanti, per forniture alle industrie e alle attività artigianali di diversi settori, compreso quello energetico”

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