Viaggio tra le pipe e il loro fumo

Nuove sensazioni. Infiniti profumi. Un viaggio all’insegna della curiosità, una gita all’apparenza come tante che si è svelata, poi, esser molto di più.

Da non fumatrice immaginavo il mondo dei fumatori di pipa in maniera diversa, ne avevo un quadro distorto, un’immagine sfuocata, ma conoscere da vicino quella realtà fatta di aromi, sapori, odori e l’inebriante fumata che conferisce la pipa hanno fatto sì, grazie a questa esperienza che la mia idea cambiasse. Mutasse in meglio. Non avevo mai visitato una fabbrica di pipe e l’occasione mi è giunta da un amico pipatore incallito, esperto di vini, collezionista di libri antichi e “innamorato” della radica.

“Devo fare degli acquisti – mi disse – se vuoi accompagnarmi, sarai la benvenuta a bordo”. Così, insieme siamo partiti alla volta di Cantù, in provincia di Como. Per strada mi ha raccontato con un tono di voce rassicurante e convincente che fumare la pipa è diverso dal fumare una sigaretta. La vita scorre più lentamente, come il tabacco che si consuma nel fornello, ci vogliono mille attenzioni e mille cure. Non è una fumata distratta, ma pensata, seguita, cercata, voluta. Non ero del tutto estranea a quelle parole, mi era capitato un paio di volte di assistere a delle chiacchierate fra il presidente del Pipa club e quello dell’associazione Sigari & co. Sono amici di famiglia. Ma in auto prestai più attenzione. Le parole del mio amico mi resero partecipe di quel mondo, così delicato fatto di fumo persistente e fragrante. Immaginavo una lieve brezza nei salotti, dove le persone con in mano una pipa o un sigaro si scambiano opinioni e consigli. Relazioni tutte al maschile, rarissime le donne, alimentate da una passione comune.

Dopo due ore giungiamo a destinazione. Varcata la soglia della fabbrica ci viene incontro il proprietario che spalanca la porta alla nostra destra per farci visitare i locali di produzione. Così, subito, balzano alla vista quei ciocchi di radica adagiati alla rinfusa dentro contenitori di legno chiaro, esposti alla luce a maturare per chissà quanto tempo e chissà in mano di chi finiranno. Roma, Mosca, Mumbai esportano in ogni parte del globo e potrebbero finire sulle labbra di chiunque, estimatori bramosi di stringere un’opera d’arte.

“Ogni singola pipa è un pezzo unico – mi viene detto – appartenente ad una sola collezione, rinnovata ogni anno e composta da diversissime pipe ad ogni partita”. Tutto è forgiato a mano e ciascun artigiano apporta a quel pezzo il proprio lavoro, imprimendo un po’ di sé a quella scultura di radica. Tutto intorno rende bene l’idea di dove si stia camminando: libri, volumi, riviste. Il tema è sempre quello. Bocchini, rastrelliere, scatole di latta, tabacco in busta, nettapipe, pezzi rari, pezzi d’epoca, posaceneri di cristallo, conferimenti e premi vari. Non ci si può sbagliare. Per avvalorare l’idea di dove mi stia trovando in quel momento, qualcuno decide di accendersi una pipa e, allora, ai miei occhi quei gesti tanto decantati, si fanno realtà e nell’aria un odore pungente di spezie e di frutta esotica mi avvolge e seguendo la scia e le parole del proprietario mi ritrovo in un “caveau”, dove le bellezze lombarde sono custodite per essere ammirate, contemplate, pesate, valutate. Scelte.

I complimenti si sprecano e il tabacco in pipa si è esaurito come la nostra visita. La Maserati all’esterno ci aspetta, salgo e noto il cruscotto di radica, non ci avevo fatto caso prima. Ora vedo radica dappertutto.

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