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Quando il Molise coltivava canapa per rilanciare il Mezzogiorno

Era il 1855 quando dalla tipografia di Onofrio Nuzzi di Campobasso usciva il libro “Istruzione teorico pratica per la coltivazione della canapa e del lino” nella provincia del Molise a cura di Bernardino Petti.

Un testo di nemmeno cinquanta pagine scritto nell’italiano dell’epoca che andava formandosi, per spronare il ritorno della canapa in quella terra, in quanto, qualcuno aveva provato a piantar cotone, ma non si era trovato bene, tanto più che il governo voleva riattivarne il commercio per aumentare l’occupazione nel Mezzogiorno.

Solleticato anche dal fatto che: “La sola Francia spende per comprare canapa greggia la cifra di 32 milioni di franchi ed altri 20 milioni in telerie, che corrispondono ad 11,700,000 dei nostri ducali. Si legge nel libro di Petti. L’Inghilterra e l’Irlanda ne ricevono dall’estero pel valore di circa mezzo milione di lire sterline, pari a 2,800,000 ducati; e la Spagna ha bisogno di rivolgersi ai nostri porti per farvi considerevoli esportazioni di canapa”. 

L’autore però avverte i lettori della pochezza del proprio ingegno, non riuscirà ad essere esauriente, dice, mi sono accinto ad un lavoro per me gravosissimo, vuole soltanto rendersi utile ai contadini  presentando loro informazioni varie, ma dettagliate, affinché possano influire sul buon successo della coltivazione della pianta. È molto umile e si scusa in anticipo se non riuscirà a completare le istruzioni necessarie.

Ma cosa succedeva nell’Italia del 1855?

Siamo in pieno Risorgimento e il nome più in vista è quello di Camillo Benso conte di Cavour. Il quale invia un esercito di 15 mila uomini in Crimea per combattere sul Mar Nero, a fianco di inglesi e francesi contro i russi. Vuole far costruire il traforo del Frejus e ampliare il porto di Genova. Si deve ancora svolgere la II guerra d’Indipendenza (1859) e l’impresa dei Mille è del 1860.

Geograficamente la penisola è divisa in regni. C’è il Granducato di Toscana, per esempio, il Regno di Sardegna e il Regno delle Due Sicilie.

Le fabbriche erano poche e le persone vivevano per lo più in campagna: il 70%; da qui la necessità di scrivere un volumetto sulla canapicoltura, in quanto è lo stesso sovrano, Ferdinando II che vuole far crescere il proprio territorio, rendere autonomi gli abitanti del regno borbonico, in poche parole: sfamare il suo popolo. 

Iniziando la lettura il narratore parte con la descrizione del suolo.

Il terreno ideale per la coltivazione della canapa dev’essere: “Leggiero, grasso, profondo, sciolto, ed umidetto”. Si evince dalle prime righe.

“Se la canapa ama un fondo fresco, ha bisogno di un clima dolce e temperato – prosegue – per poter acquistare la sua massima altezza e giungere a maturità, ed il clima della nostra provincia è adatto per la pianta”. Il Molise diventerà la ventesima regione italiana solo nel 1963, nel momento in cui l’autore scrive si chiama ancora Abruzzi e Molise.

Un terreno per ridursi a canapaia deve essere zappato in profondità – continua – la terra così smossa, con l’azione dei raggi ardenti del sole può ossigenarsi e fertilizzarsi con l’influenza degli eventi atmosferici. Ad agosto, dice, succede una specie di fermentazione e, una volta che si sono disfatte le zolle, l’agricoltore deve sbrigarsi ed approfittare dei giorni sereni per purgare il suo campo da tutte le radici, di già disseccate, cui seguirà la letaminatura, tra i mesi di ottobre e novembre curandosi di spandere il concime in modo eguale su tutto il terreno.

Bisogna concimare col letame di bovino o di cavallo. La zappatura riprenderà a febbraio primi di marzo. Quindi, si spargeranno i semi. 

“Siccome però tutti gli uccelli a becco corto sono ghiottissimi dei semi della canapa – afferma Petti – rendesi indispensabile difendere le canapaie da questi terribili nemici, facendo uso di spauracchi o di fantocci, cui sarà spesso cangiato posto ed abiti, e meglio ancora se le stesse si facessero guardare dai ragazzi”. Era un modo per impegnare tutta la famiglia. Poco dopo la nascita delle pianticelle, suggerisce di far sarchiare il campo, onde le erbe estranee non attecchiscano. Giunte all’altezza di tre o quattro pollici, le pianticelle si diraderanno se troppo ſolte. Alla canapa destinata ad uso del cordame per la marineria, dovrà concedersi da otto a dieci pollici di spazio per ciascuna pianta e per l’altra addetta ad uso di tele, è sufficiente la distanza di tre o quattro pollici, perchè gli steli siano più sottili.

Eseguite tutte le indicate operazioni, null’altro rimane a farsi sino a che la canapa non sarà giunta alla perfetta maturità.

Proseguendo nella lettura del libricino si parla poi dell’antico sistema della macerazione ad acqua, in quanto, indica Petti, è quello più facile e più sicuro cui dovrà succedere la fermentazione da cui si ottiene la scomposizione del tessuto cellulare, costituito in massima parte di materia glutinosa; disciolta la quale, possa avverarsi il disgregamento di tutte le fibre filamentose contenute nei diversi strati della corteccia; senza però che le stesse soffrano la minima alterazione nella forza, nella elasticità e nelle altre perſezioni concesse dalla natura. E meno male che l’autore si dichiarava poco esperto in materia di canapicoltura! Semmai è esattamente il contrario: era molto informato. Ma si sa, gli scrittori di un tempo erano molto più umili di quelli contemporanei.

Scorrendo le pagine si legge ancora che le acque più opportune per la macerazione sono le stagnanti, perchè in esse la canapa viene più morbida e si ottiene maggior quantità dei primi fili che s’imbianchiscono. Non tutte le acque però sono favorevoli per tale operazione, giacchè talune possono esser torbide e dolci, ed altre limpide e dure. Segnala anche il famoso odore sgradevole della pianta cui si aggiunge un’insopportabile ſetidezza, per ovviare a ciò, consiglia l’autore: “Bisognerà realizzare i maceratoi a debita distanza dalle abitazioni e circondarli da alberi, dandosi al pioppo la preferenza, dacché le sue foglie sono in perpetua agitazione per rinnovare l’aria che attraggono. La vegetazione delle piante dotate di legno bianco purifica l’atmosfera. Appena che sia si certo della perfetta macerazione della canapa, le manne saranno estratte dal maceratoio e si laveranno tenendole diritte e non coricate per nettarle agevolmente di tutto il loto ed il fango”. 

Si raccomanda di poggiare la canapa estratta sopra il prato per farla disseccare.

Asciugate le manne, si riuniranno queste in un sol punto e dopo averle esposte all’ozio del sole, la parte legnosa sarà più friabile, si sottoporranno all’ammaccatoio, e poi alla gramola e per ultimo al pettine. “Credo, se pur non vado errato, che questo metodo sia da preferirsi a tutti gli altri in oggi usitati per non farne rompere i fili”. Aggiunge Petti.

Ma cos’è l’ammaccatoio? È un ceppo vuoto sorretto da quattro piedi, attraverso il quale si fanno scorrere da un ragazzo le manne ad una ad una, nel mentre due operai, posti ai due capi dello stesso, le percuotono con un bastone.

La lettura scorre celere e, se anche è scritto nell’italiano dell’800 e, qualche volta bisogna soffermarsi per comprendere il testo, date le differenze con la sintassi e le regole grammaticali di oggi, in un batter d’occhio si giunge all’ultima pagina dedicata alla coltivazione del lino.

Non ci sono immagini di nessun tipo a corredo dell’opera, nemmeno schizzi o disegni in bianco e nero e non ci sono nemmeno tabelle esplicative sulla resa e i profitti dei raccolti.

Conclude dicendo: “Per queste utili scoperte viviam sicuri che nella nostra provincia vedrem tra poco richiamata a novella vita la coltivazione di queste utili piante, le quali posson formare la nostra ricchezza e la nostra felicità”.

 

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