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Vele di canapa per navi vincenti

Già in epoca romana la domanda di canapa s’orientava verso gli impieghi tessili e navali, a discapito di quelli alimentari e medici. Il lino rimaneva sempre il suo principale concorrente insieme allo sparto, una pianticella dai cui fusti e foglie si ricavava una fibra tessile per fare cordami, assai diffusa nelle regioni che s’affacciano sul Mediterraneo. Ma, c’erano anche fibre di valore inferiore, generalmente adoperate per la fabbricazione di vele, cavi e gómene tanto radicate nella tradizione agraria da tener testa fino al Medioevo. Tuttavia la situazione iniziò a mutare. Tant’è che un giorno la canapa venne sperimentata nel settore cantieristico e le cose iniziarono a cambiare. Siamo intorno agli ultimi secoli dell’età romana. 

Lo sparto, infatti, fu sostituito dalla canapa e nel 476 d. C. era l’unica materia usata per realizzare cavi e gomene. La sua posizione crebbe ancor di più nel Medioevo, quando i vascelli di linea (imbarcazioni da guerra), abbisognavano di vele piuttosto resistenti, tanto da spingere i costruttori a ricercare materiali molto più robusti del fustagno fino ad allora usato. Le vele non potevano strapparsi! La scelta cadde ancora una volta sulla canapa.

Tra il XVII ed il XVIII secolo essa divenne un materiale indispensabile per la produzione di vele e cordami.

Venezia fu colei che per prima intuì le potenzialità della canapa tanto da impiegarla in gran quantità per le vele della sua flotta, giungendo a possedere il più grande arsenale d’Europa.

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Questo enorme cantiere navale era in grado di varare in breve tempo intere flotte, allestite di tutto punto, come in occasione della IV crociata (1202-1204): equipaggiò 72 galere e 104 navi. L’ingradimento dell’Arsenale corrispose ad un potenziamento del fabbisogno di materie prime: armi, legname, ferro, chiodi, natanti e maestranze, tessuti da vela e, naturalmente, canapa. Il consumo di quest’ultima divenne tanto rilevante che, per immagazzinarla, si dovettero costruire capienti edifici tra i quali, ancora oggi, spicca per dimensioni e bellezza architettonica la Tana. Ovvero un deposito della canapa grezza ed opificio per la realizzazione di cavi. Tra il 1304 e il 1322 circa, fu costruita, infatti, la prima fabbrica delle Corderie della Tana (Casa del canevo) per la produzione di cordami. Nell’area detta Tana venivano prodotte a livello industriale le funi navali, al più basso costo possibile, con il vantaggio di rimanere indipendenti da terzi in caso di guerra. La materia prima (la canapa, usata anche per il calafataggio degli scafi) proveniva prevalentemente dalla foce del fiume Don, sul mar d’Azov, dove i veneziani avevano stretto importanti accordi commerciali. Il sistema garantiva l’assenza di scarti: le corde uscivano dalla corderia attraverso dei fori, per poi essere tagliate della misura richiesta, anziché essere confezionate in lunghezze standard. Ciò garantiva un buon risparmio alla Repubblica e contemporaneamente consentiva di vendere alle navi straniere in transito le funi, a un prezzo inferiore a quello dei concorrenti. 

Nel 1332 i lavori di costruzione delle corderie erano stati conclusi e la Tana testimoniava più di ogni altro elemento l’entità del fabbisogno di fibra del cantiere statale. C’era bisogno d’approvvigionamento continuo per cui si ricorse all’importazione dall’Emilia, dalle Marche, dal Piemonte e dal Mar Nero.

Il sistema tenuto in vita per secoli cominciò ad incrinarsi tra la fine del Trecento e l’inizio del Quattrocento, sia per la concomitante evoluzione nella struttura dell’offerta di canapa, sia per la crescente instabilità nella regione, indotta dall’irruzione turca nei territori bizantini. Alle soglie del Quattrocento, per Venezia, restavano in vita due grandi fonti di rifornimento: Bologna in Italia e sul Mar Nero. I produttori minori, come la Romagna, il Piemonte, l’Andalusia vendevano la loro mercanzia in altre piazze, come, ad esempio, Genova. La potenza delle galere e dei porti fortificati dava sicurezza e, i veneziani osservavano soddisfatti i flussi di canapa giungere nei depositi dell’Arsenale da Bologna, dal Bassopiano del Mar Nero o dalla Russia. Anche i turchi misero gli occhi sulla canapa e, per questo motivo il sultano impose delle limitazioni all’importazione dal Mar Nero. 

La via che dall’Asia minore portava la canapa a Venezia risultò, quindi, bloccata fin dal primo Quattrocento e la Serenissima si trovò, allora, a dover gestire una situazione di non immediata risoluzione, per quanto concerneva i rifornimenti di fibre. Pensò così di cominciare a coltivarsela in “casa”. I costi però erano imponenti e poi mancavano anche le conoscenze. Impiegò tempo, ma tentò questa strada che si rivelò vincente. La decisione non fu né scontata né semplice. L’Arsenale decise di inviare due provveditori nella campagna veneta per identificare le «terre attissime» che avrebbero dovuto, seminate a canapa, assicurare i rifornimenti ad una marina militare in grado di confrontarsi con il Turco e ad una flotta commerciale ancora in piena espansione.

Il sopralluogo apparve incoraggiante poiché i campi erano fertili e la terra presentava un rapporto sabbia- argilla ideale per la crescita della canapa. Terreni ricchi di elementi nutritivi e riconoscibili dal tipico colore rossastro, proprio come quelli bolognesi e ferraresi.

Queste caratteristiche del suolo conferivano alla pianta robustezza e altezza. 

La buona qualità del terreno rappresentava solo uno dei requisiti necessari per conseguire il risultato voluto e, doveva essere integrata da opportuni accorgimenti atti a prepararlo e a mantenerlo in condizione ottimale. Al fine di permettere alle radici di penetrare in profondità occorreva, per esempio, procedere a ripetute e profonde arature e a numerose sarchiature.

Il corretto sviluppo della pianta è poi influenzato dal clima, dalla temperatura, dall’umidità e da altri eventi meteorologici, quali: piogge, temporali e grandinate.

Il padovano, come buona parte dell’Italia continentale, gode, per questi aspetti, di condizioni ideali per la canapa, caratterizzate da estati caldi e inverni freddi, con una temperatura media minima di 8,4 gradi centigradi ed una massima di 17,3 gradi, dati comuni a tutte le zone del Veneto e dell’Emilia. Il tasso di umidità particolarmente elevato durante l’autunno e la primavera risulta propizio allo sviluppo della canapa, in quanto favorisce la germinazione. In questo contesto uno dei maggiori fattori di rischio per le coltivazioni era costituito dalla grandine che rendeva le fibre pressoché inutilizzabili. Valutati tutti questi fattori, il Senato, ascoltati i rapporti favorevoli, emise allora nel 1455 il primo atto ufficiale, volto a disciplinare la coltivazione, al quale è collegata la nascita delle piantagioni di fibra ‘nazionale’.

In effetti questa data segnò l’inizio di quella straordinaria vicenda che sarebbe stata la canapicoltura padovana che generò in pochi anni raccolti abbondanti e, pur sperimentando alterne congiunture il piano non fu di breve attuazione e i magistrati veneziani dovettero affrontare numerose difficoltà. Ma conobbe un’età prolungata e florida, decaduta solo in epoca contemporanea.

Dal 1980 l’Arsenale è diventato luogo espositivo della Biennale, il nome deriva dall’arabo e significa: casa d’industria o casa del mestiere. Dal 1999 è in atto un programma di valorizzazione dell’area che ha permesso di aprire al pubblico: il Teatro Piccolo Arsenale nel 2000, il Giardino delle Vergini (2009) e le Sale d’Armi (2015).

 

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