La cannabis è la chiave per la ripartenza: viaggio nell’America che si prepara alla legalizzazione

Mentre in Italia la discussione è ferma a qualche secolo fa, come dimostrano le ultime esternazioni leghiste, solo per citare le più recenti, negli Stati Uniti si galoppa velocemente verso il futuro. E in un periodo di crisi nera dal punto di vista sanitario, che è diventata crisi altrettanto nera per l’economia, con perdita di Pil e di posti di lavoro, cresce la spinta per la legalizzazione della cannabis a livello federale.

Non è un caso che, in questi mesi di lockdown fisico ed economico, che hanno provocato problemi gravi di tipo materiale ed emotivo, gli Stati in cui è consentito l’uso ricreativo della marijuana (che sono undici in totale) abbiano ritenuto questo settore essenziale e l’abbiano lasciato lavorare praticamente a pieno regime. L’unica eccezione – tra questi – era stato il Massachusetts, che però lo scorso 25 maggio, per volontà del governatore Charlie Baker, ha invertito la tendenza.

Davanti ai numeri – in termini di produzione, di entrate fiscali e di occupazione – che ha dimostrato di poter garantire (ed anche incrementare) in questi mesi l’industria della cannabis, cresce anche negli Stati che ancora non l’hanno fatto, la voglia di non perdere questa grande occasione, che non avrebbe certo solo una motivazione economica – come chi legge questo BeLeaf Magazine sa bene – ma che potrebbe utilizzare questa leva per vincere le resistenze anche dei proibizionisti più ottusi.

Un po’ come successe negli Usa dopo la Grande Depressione del 1929, quando una delle soluzioni del governo per contrastare la grave crisi economica e ridare vigore al commercio e all’economia americana fu porre fine a ventuno anni di violento e intransigente proibizionismo che aveva consegnato la produzione e la diffusione di alcolici nelle mani delle mafie locali (do you remember Al Capone and Lucky Luciano?). Con la differenza che, come ormai provato, la cannabis fa molto meno male dell’alcol e i benefici economici che deriverebbero dalla legalizzazione a livello federale sarebbero molto maggiori di quelli di quasi cento anni fa.

Vediamo un po’ di numeri. L’industria della cannabis impiega attualmente quasi 250.000 posti di lavoro a tempo pieno, più del quadruplo del numero di lavoratori dell’industria carboniera nel paese e lo stesso numero di posti di lavoro che si ritiene siano stati persi a causa della ratifica del 18esimo emendamento che vietava la produzione e le vendite di alcol. Ma questi numeri riguardano solo la superficie di un settore che rimane illegale a livello federale e in quasi l’80% degli stati.

Oggi, con lo tsunami coronavirus, le richieste per il sussidio di disoccupazione hanno raggiunto nuovamente livelli record, con 36 milioni di americani che hanno presentato domanda negli ultimi due mesi. Un picco imparagonabile a qualsiasi altro nel dopoguerra. In un momento in cui gli americani hanno bisogno di posti di lavoro in numero record e i governi hanno bisogno di nuove fonti di entrate fiscali, continuare sulla folle strada del proibizionismo nei confronti della cannabis, che ha segnato gli ultimi settant’anni, è, oltre che sbagliato sotto tutti i punti di vista, anche semplicemente sconsiderato dal punto di vista economico.

Secondo un recente studio di New Frontier Data, la legalizzazione nazionale negli Stati Uniti potrebbe comportare entrate fiscali per 128,8 miliardi di dollari e circa 1,6 milioni di nuovi posti di lavoro. In effetti, i numeri degli stati che hanno legalizzato la cannabis, durante questa crisi sanitaria ed economica, confermano queste proiezioni. Anche in questo periodo, infatti, le vendite rimangono solide. In Illinois, ad aprile sono stati incassati 37 milioni di dollari, in Oregon i consumatori hanno acquistato 89 milioni di dollari di cannabis legale, con un aumento del 45% rispetto allo stesso periodo del 2019.

Tornando al parallelismo con la Grande Depressione e l’emersione dal divieto della vendita di alcolici, si nota che negli Usa l’abrogazione del proibizionismo ha portato a 1,35 miliardi di dollari di accise per il governo federale, una cifra enorme se pensiamo che è riferita a quasi un secolo fa e che in quegli stessi anni le imposte sul reddito portavano ad entrate pari a 420 milioni di dollari. E’ per questo che, man mano che gli Stati Uniti si ritroveranno a gestire il bilancio della crisi attuale e al boom delle entrate fiscali negli Stati dove la cannabis è legale, la liberalizzazione a livello federale diventerà una soluzione ovvia per ricostruire le casse statali ormai allo stremo.

Se a tutto questo aggiungiamo, in ordine sparso, altri concetti quali il crollo dello spaccio illegale (si calcola che il 30% dei movimenti economici dei cartelli messicani sia legato al commercio di cannabis negli Usa), la crescita di aziende che sono diventate dei veri e propri colossi (come successo in Canada), l’alleggerimento delle carceri e del sistema giustizia in generale (ingolfato dietro a cause per spaccio di quantità irrisorie di cannabis), il sostanziale sbugiardamento di chi sosteneva che la legalizzazione aumentasse i consumi, se mettiamo insieme tutto questo il risultato del ragionamento sembra davvero toppo ovvio per non essere colto.

Di sicuro l’hanno colto i cittadini americani, almeno a giudicare dalle ultime rilevazioni demoscopiche. Secondo Gallup, negli ultimi vent’anni la percentuale di popolazione americana favorevole alla legalizzazione della vendita del consumo di marijuana è cresciuta dal 30 al 66%. Un motivo in più per pensare che, soprattutto nel caso in cui dalla fine di quest’anno Donald Trump non siederà più alla Casa Bianca (ma anche in questo caso non mettiamo la mano sul fuoco sul contrario), l’ipotesi di una progressiva e rapida legalizzazione a livello federale sia seriamente sul tavolo.

Di sicuro gli Stati che hanno cominciato l’opera prima dell’emergenza Covid (pensiamo al New Jersey e allo Stato di New York) la porteranno a termine. E poi la palla sarà nelle mani di Joe Biden o dello stesso Trump. Il primo – storicamente non un fautore della legalizzazione, come lo era Bernie Sanders – sta gradualmente e velocemente adeguando la propria posizione. Il secondo – come fece già Obama prima di lui – non sta in alcun modo ostacolando le singole iniziative statali, a dimostrazione del fatto che l’ideologia lascia il passo all’interesse politico ed economico, anche per chi si è sempre dichiarato orgogliosamente proibizionista.

Sono fatti, numeri, previsioni, proiezioni che dimostrano come il processo negli Stati Uniti sia ormai in moto e praticamente impossibile da fermare. Un processo che però – come ci ha detto Francesco Costa in un’intervista molto apprezzata – è stato preceduto da uno scatto culturale, che da un certo momento in avanti ha archiviato l’immagine settaria e carica di pregiudizi riguardo la cannabis. In Europa, in Italia, stiamo aspettando questo scatto. Confidiamo che anche qui, nonostante tutto, arriverà presto.

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